Chiavari, dopo trent'anni una condanna per il delitto di Nada Cella
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Redazione Interno
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La Corte d'Assise di Genova ha condannato a ventiquattro anni di reclusione Anna Lucia Cecere, ex insegnante, riconoscendola responsabile dell'omicidio di Nada Cella, la giovane segretaria di venticinque anni uccisa a colpi di arma da taglio il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari. La sentenza, giunta al termine di un processo di primo grado, ha accolto la ricostruzione della Procura che individuò nel movente passionale, unito a una gelosia di tipo professionale, il motivo scatenante del gesto: la Cecere, secondo gli inquirenti, sarebbe stata innamorata dello stesso Soracco e avrebbe al contempo ambito a prendere il posto di lavoro della vittima. All'imputata, che non era presente in aula al momento della lettura del dispositivo, è stata applicata l'aggravante dei futili motivi, mentre non è stata riconosciuta quella della crudeltà; lo stesso commercialista Soracco ha ricevuto una condanna a due anni per il reato di favoreggiamento.
La riapertura delle indagini e il ruolo della criminologa
Il percorso che ha portato al dibattimento, segnando una svolta in un caso a lungo considerato insondabile, si deve a una complessa operazione di revisione degli atti, la cui archiviazione originaria risaliva agli anni immediatamente successivi al fatto. Un ruolo determinante, in questa fase, è stato svolto dalla criminologa barese Antonella Delfino Pesce, la quale, con un background formativo che spazia dalla veterinaria alla psicologia fino alla specializzazione in criminologia, ha coordinato il team legale che patrocinava la madre della vittima. La sua analisi, incentrata su una scrupolosa rilettura del materiale già acquisito e sull'emersione di nuovi elementi probatori, convinse la Procura della Repubblica a richiedere, nell'agosto del 2021, la riapertura ufficiale delle indagini. "Spero che questa storia dia fiducia a tutte le famiglie che credono ancora nello Stato", ha commentato la Delfino Pesce, sottolineando come il risultato sia frutto di un lavoro tenace e di una rivalutazione degli esiti investigativi precedenti.
Il lavoro della Procura e della Squadra Mobile
La sentenza, come riportato in una nota dalla Procura genovese, rappresenta l'approdo di un impegno investigativo protrattosi per circa tre decenni, condotto dalla magistrata titolare del fascicolo e dalla Squadra Mobile di Genova, il cui operato è stato espresso con "sincero apprezzamento" dallo stesso ufficio. Il procedimento si è fondato, in particolare, sulla capacità di ricostruire la dinamica dell'evento e il movente, elementi che nelle prime fasi non erano emersi con sufficiente chiarezza da condurre a un rinvio a giudizio. La ricerca, l'individuazione e la conseguente valorizzazione di prove nuove, quelle stesse che non erano venute alla luce nel corso delle indagini originarie, hanno costituito il perno attorno al quale si è sviluppata l'intera attività dell'accusa, permettendo di superare lo stallo determinato dall'archiviazione iniziale del caso.
Le reazioni e il significato di una sentenza
Pur nel rispetto del principio della presunzione di non colpevolezza, che rimane salvo fino al definitivo passaggio in giudicato della condanna, il verdetto ha segnato un momento di grande impatto emotivo, soprattutto per i familiari di Nada Cella. La cugina della vittima, riferendosi alla condanna, ha dichiarato che dopo trent'anni "giustizia è fatta", esprimendo un sentimento di sollievo per una verità giudiziaria lungamente attesa. La vicenda, al di là dell'esito processuale, delinea un modello di persistenza investigativa, dove la collaborazione tra professionisti della legge e studiosi di scienze criminologiche ha permesso di riannodare i fili di una matassa rimasta ingarbugliata per decenni, dimostrando come una riesamina critica degli atti, se condotta con rigore e determinazione, possa talvolta condurre a esiti inattesi.




