Una sentenza per Nada Cella, dopo trent'anni il giallo di Chiavari ha un colpevole

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un filo di verità, tirato con ostinazione per quasi tre decenni, si è infine dipanato in un'aula del tribunale di Genova, dove la Corte d'Assise ha condannato Anna Lucia Cecere a ventiquattro anni di reclusione per l'omicidio di Nada Cella. La giovane segretaria, di appena ventiquattro anni, fu trovata senza vita la mattina del 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco, a Chiavari, in un delitto di una violenza che sconvolse l'opinione pubblica e che, col passare degli anni senza colpevoli, si era iscritto nella lunga lista dei cold case italiani. La sentenza, sebbene inferiore alla richiesta di ergastolo avanzata dall'accusa, stabilisce una responsabilità penale chiara, riconoscendo l'aggravante dei futili motivi mentre esclude quella della crudeltà, e consegna ai familiari della vittima un nome, quello della ex insegnante cuneese, che per anni era rimasto nell'ombra delle indagini.

Il percorso tortuoso verso la verità giudiziaria

Il processo, definito "difficile e coraggioso" dalla legale della famiglia Cella, Sabrina Franzone, non sarebbe probabilmente mai giunto a celebrazione senza la convergenza di diversi elementi. Uno di questi, come emerso nel corso delle udienze, fu il lavoro della criminologa barese Antonella Delfino Pesce, la cui indagine privata – condotta dopo una laurea in veterinaria e studi in psicologia – contribuì in maniera significativa a riaprire un fascicolo ormai polveroso. La sua azione, unita alla determinazione di una procura che, come sottolineato dall'avvocato Franzone, "non ha mollato" nonostante la complessità del caso, permise di ricostruire una trama i cui fili si erano allentati col tempo, portando alla sbarra non solo la Cecere, ma anche il datore di lavoro della vittima, Marco Soracco, condannato a due anni per il reato di favoreggiamento.

Le reazioni a caldo dopo la lettura della sentenza

Mentre in aula veniva pronunciata la condanna, fuori dal tribunale le parole della criminologa Delfino Pesce, presente a Chiavari, risuonavano come un monito di speranza per chi attende giustizia: "Spero che questa storia dia fiducia a tutte le famiglie che credono ancora nello Stato". Una fiducia riposta nelle istituzioni che, in questo frangente, ha retto alla prova del tempo, superando la tentazione di archiviare un caso ormai vecchio in favore di indagini più urgenti. La soddisfazione espressa dalla parte civile, del resto, non cancella la perdita, ma ne afferma il peso giuridico, come rimarcato dall'avvocato di famiglia: "Lei non può tornare, ma l'importante è affermare responsabilità". Una verità, quindi, che non restituisce la vita ma che, dopo trent'anni di attesa e di dubbi, traccia un confine netto tra l'innocenza e la colpa, chiudendo una pagina di cronaca nera tra le più intricate della Liguria.

Il quadro processuale e i suoi protagonisti

Il procedimento giudiziario, celebrato a distanza di tanto tempo dai fatti, si è basato su un impianto accusatorio che vedeva Anna Lucia Cecere imputata di omicidio volontario con le aggravanti, appunto, della crudeltà e dei futili motivi, delle quali solo la seconda è stata ritenuta valida dai giudici. Accanto a lei, la figura di Marco Soracco, il commercialista titolare dello studio, chiamato a rispondere di avere, a vario Titolo, ostacolato le indagini per proteggere la principale sospettata. La sentenza, giunta dopo circa un anno dall'inizio del dibattimento, rappresenta dunque il punto d'arrivo di un iter investigativo e giudiziario che ha dovuto fare i conti con memorie offuscate, prove labili e la sfida di ricostruire dinamiche e moventi in un caso la cui eco, col passare degli anni, non si era mai sopita, mantenendo viva la richiesta di giustizia per Nada Cella.

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