Nada Cella, il processo dopo 29 anni: reticenze e omertà nel cold case di Chiavari
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Redazione Interno
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Quasi tre decenni dopo l’omicidio di Nada Cella, la giovane segretaria uccisa il 6 maggio 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari, il processo è finalmente entrato nel vivo. La prima udienza, tenutasi giovedì 6 febbraio nell’aula magna del Palazzo di Giustizia di Genova, ha segnato l’inizio di un dibattimento atteso da anni, carico di tensioni e interrogativi irrisolti. Nada, 25 anni, fu trovata in fin di vita in una pozza di sangue, colpita ripetutamente alla testa con un oggetto appuntito, forse un fermacarte o una pinzatrice. La scena del crimine, tuttavia, venne contaminata quasi subito, complicando non poco le indagini, che si scontrarono con un muro di silenzio e reticenza.
A processo sono chiamati a rispondere tre imputati: Anna Lucia Cecere, ex insegnante oggi residente a Boves, in Piemonte, indicata dall’accusa come la principale sospettata; Marco Soracco, il commercialista per cui Nada lavorava; e Marisa Bacchioni, madre di Soracco. Le accuse ruotano attorno a dinamiche personali e professionali, con l’ipotesi che l’omicidio sia stato il tragico epilogo di una relazione conflittuale. Vernazza, l’avvocato difensore di Soracco, ha dichiarato di ritenere probabile un’assoluzione, sottolineando le difficoltà nel ricostruire fatti così lontani nel tempo.
Le indagini, condotte tra mille intoppi, hanno fatto emergere un contesto di omertà che ha rallentato il percorso verso la verità. Un poliziotto che seguì il caso ha parlato di «reticenza al limite dell’omertà», riferendosi alla difficoltà di ottenere testimonianze chiare e coerenti. Anche le intercettazioni, che pure hanno fornito elementi utili, non sono state sufficienti a sciogliere tutti i nodi di una vicenda che ha lasciato segni profondi nella comunità di Chiavari.




