Nada Cella, la condanna arriva dopo trent'anni: 24 anni a Anna Lucia Cecere
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Redazione Interno
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Dopo quasi trent'anni di indagini, dubbi e un lungo processo, la Corte d'Assise di Genova ha fissato un punto fermo in uno dei casi di cronaca nera più intricati della Liguria, chiudendo con una condanna a ventiquattro anni di reclusione il capitolo giudiziario relativo alla morte di Nada Cella. La segretaria di venticinque anni fu trovata senza vita, il 6 maggio del 1996, nello studio del commercialista Marco Soracco a Chiavari, uccisa da colpi inferti con un oggetto contundente che non venne mai ritrovato, in un delitto che per decenni ha rappresentato un mistero irrisolto, alimentando sospetti e teorie. A salire sul banco degli imputati, in un procedimento che ha ripercorso minuziosamente fatti ormai lontani, è stata Anna Lucia Cecere, un'ex insegnante la cui vita si è intrecciata, secondo l'accusa, con quella della vittima per una duplice e tormentata gelosia, sia professionale che sentimentale.
La ricostruzione del movente e il ruolo del commercialista
La sentenza, letta dal presidente della Corte Massimo Cusatti dopo una camera di consiglio durata sei ore, ha accertato la responsabilità della Cecere, delineando un movente radicato in una rivalità ossessiva. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e valutato dal collegio giudicante, la donna avrebbe agito spinta dal desiderio di sostituire Nada Cella nel ruolo di segretaria dello studio Soracco, ma anche – ed è questo l'aspetto più complesso e cupo della vicenda – da un sentimento d'amore non corrisposto verso lo stesso commercialista. Un groviglio di motivazioni, quelle individuate dalla Corte, giudicate sufficientemente futili da costituire un'aggravante per l'imputata, sebbene l'altra ipotesi avanzata dalla pubblica accusa, quella della crudeltà, sia stata esclusa, portando a una riduzione della pena rispetto alla richiesta di ergastolo avanzata dal pm Gabriella Dotto.
Il percorso giudiziario e il favoreggiamento
La lunga attesa per una verità giudiziaria, che ha visto inizialmente concentrare i sospetti proprio sul titolare dello studio, si è conclusa con un verdetto che assegna ruoli precisi a ciascuno. Marco Soracco, infatti, pur essendo stato scagionato dalla responsabilità diretta nell'omicidio, non è uscito assolto dal processo: il commercialista è stato condannato a due anni di reclusione per il reato di favoreggiamento, una figura delittuosa che presuppone di aver aiutato, consapevolmente, l'autrice del crimine a sottrarsi alle investigazioni. Una condanna, questa, che completa il quadro processuale e che getta una luce definitiva sulle dinamiche seguite al fatto, in un intreccio che per anni ha reso particolarmente arduo il lavoro della magistratura.
La soddisfazione della difesa e il riconoscimento per la criminologia
All'uscita dall'aula, l'avvocata della parte civile, rappresentante gli interessi della famiglia Cella, non ha nascosto un'emozione profonda. "La sentenza di oggi è troppo importante", ha dichiarato, sottolineando come il percorso sia stato segnato da momenti di notevole difficoltà. Tra questi, ha fatto riferimento esplicito a quelle che ha definito "cattiverie gratuite e sbagliate" rivolte in aula alla criminologa Antonella Delfino Pesce, alla quale va, a suo dire, il merito di aver fornito un contributo determinante per il raggiungimento del risultato. Un ringraziamento sentito, quello dell'avvocata, esteso a quanti "non si sono arresi mai", restituendo, attraverso la parola della giustizia, un'identità e una verità a Nada Cella, la cui memoria era rimasta sospesa in un limbo di incertezze. Dalla famiglia della vittima, in particolare dalla cugina, è arrivata la stessa percezione di un percorso finalmente compiuto: dopo trent'anni, la giustizia ha trovato il suo corso.




