It: Welcome to Derry, tra frammenti cosmici e un male che viene da lontano
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La serie, che si dipana su due fronti narrativi distinti ma destinati a convergere, mostra da un lato un gruppo di adolescenti emarginati, i quali, mentre l'inverno del 1962 stringe Derry in una morsa di neve e solitudine, indagano con una determinazione che supera la pura paura sul motivo per cui i loro coetanei continuino a svanire nel nulla. Dall’altro, racconta l’arrivo in città di Leroy Hanlon, un maggiore dell’aeronautica impersonato da Jovan Adepo, trasferito alla base locale per un progetto segreto che, come egli stesso scoprirà, confina con un male più antico e insondabile di qualunque protocollo militare.
Le origini svelate e il peso delle spiegazioni
Il settimo episodio della serie, trasmesso in Italia in esclusiva, ha offerto uno sguardo approfondito sulle origini della creatura, soffermandosi in particolare sulla figura di Bob Gray. Nell’anno 1908, il mostro mutaforma che terrorizzerà Derry decenni dopo si presenta come un uomo comune, un clown itinerante la cui arte, fatta di numeri danzanti, attrae i bambini ma non basta a placare una frustrazione profonda, alimentata dalla scarsa considerazione che riceve. Questa esplorazione, che alcuni potrebbero giudicare eccessivamente esplicativa, rispecchia una precisa scelta narrativa degli autori, i quali hanno scelto di indagare aspetti che il romanzo originale aveva lasciato volutamente avvolti in un alone di mistero.
I "pilastri" e la geografia del terrore
Elemento cardine della mitologia espansa nella serie sono i cosiddetti “frammenti cosmici”, o “pillar”, oggetti dall’origine intergalattica che costellano la narrazione e che, stando a quanto finora rivelato, fungono da confine invisibile, contenendo l’influenza malefica di Pennywise entro i limiti della cittadina del Maine. La loro presenza, che si lega a doppio filo con l’universo letterario più ampio creato da Stephen King, non è un semplice espediente scenico, ma diventa parte integrante della geografia del terrore, definendo le regole stesse dello spazio in cui il male può operare. Si tratta di una logica, del resto, che risuona in certi fatti di cronaca nera, dove le indagini spesso devono prima comprendere i confini fisici e psicologici di un evento per potervi accedere pienamente, scandagliando ogni dettaglio senza mai indugiare su aspetti morbosi.
Un orrore che contamina la realtà
La struttura della serie, costruita attraverso interludi e salti temporali, mostra come il trauma non sia un evento isolato, ma piuttosto una forza che contamina il tessuto sociale, ereditando paure collettive e rendendole attuali. La gentilezza inquietante della famiglia che offre un passaggio al dodicenne in fuga all’inizio della storia non è che il primo anello di una catena di sparizioni e visioni, un meccanismo perfetto in cui la normale cattiveria umana e il soprannaturale si fondono fino a diventare indistinguibili. La narrazione, arricchita da frasi incidentali e subordinate che ne ampliano la profondità, evita di concedersi conclusioni definitive, concentrandosi invece sulla meticolosa esplorazione di un ecosistema del terrore, dove ogni rivelazione, come quelle emerse nel recente episodio, non chiude un cerchio ma ne disegna piuttosto uno nuovo e più ampio, suggerendo misteri ancora da risolvere.




