Tulsi Gabbard, alla guida dell’intelligence, nega la minaccia nucleare iraniana ma in aula non contraddice Trump
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Redazione Esteri
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La direttrice dell’Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, si è presentata dinanzi alla commissione Intelligence del Senato con un documento scritto che conteneva una valutazione destinata a sollevare più di un sopracciglio tra i cronisti e gli stessi legislatori. In quelle pagine, depositate prima dell’audizione, si leggeva senza mezzi termini che l’operazione congiunta condotta con Israele lo scorso giugno, nome in codice “Midnight Hammer”, aveva letteralmente “obliterato” il programma di arricchimento nucleare iraniano, sigillando con cemento gli ingressi delle strutture sotterranee e impedendo di fatto qualsiasi tentativo di ricostruzione da parte di Teheran. Una dichiarazione, questa, che sulla carta sembrava smentire le affermazioni del presidente Donald Trump, il quale solo pochi giorni prima, il 4 marzo, aveva giustificato l’escalation militare sostenendo che senza quell’attacco l’Iran avrebbe avuto l’atomica entro due settimane. E tuttavia, nel momento clou dell’esposizione orale, davanti alle telecamere e ai microfoni del Congresso, Gabbard ha scelto di non leggere quel passaggio cruciale, limitandosi a dichiarazioni più generiche sul tentativo iraniano di riprendersi dai gravi danni subiti.
La scelta di omettere quelle righe non è passata inosservata. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione, ha immediatamente colto la palla al balzo, chiedendo alla direttrice le ragioni di quella che appariva come una censura preventiva. Perché mai, ha insistito Warner, tralasciare proprio la parte in cui si certificava l’annientamento del programma nucleare, un’affermazione che contraddice apertamente la narrazione della Casa Bianca su una minaccia imminente? La risposta di Gabbard, apparsa a tratti incerta, è stata che i tempi del suo intervento si stavano allungando e che ha dovuto saltare alcune parti per non sforare la durata prevista. Una giustificazione che i democratici hanno bollato come pretestuosa, accusandola di aver di fatto scelto di adeguare il tono del suo messaggio alle direttive politiche dell’esecutivo, piuttosto che esporre in maniera lineare le valutazioni oggettive dell’intelligence. A rendere il clima ancora più teso, peraltro, erano arrivate poche ore prima le dimissioni di Joe Kent, il direttore del Centro nazionale antiterrorismo e braccio destro della stessa Gabbard, il quale aveva motivato il suo addio con il dissenso sulla guerra in corso, negando a sua volta che Teheran rappresentasse un pericolo immediato per gli Stati Uniti.
Se da un lato Gabbard ha cercato di navigare le acque agitate del confronto con i senatori, dall’altro lato il direttore della Cia, John Ratcliffe, seduto al suo fianco durante l’audizione, ha invece tenuto una linea perfettamente allineata con quella della presidenza. Ratcliffe, interrogato sugli stessi punti, ha affermato senza esitazioni di ritenere l’Iran una minaccia costante e, al momento, “immediata”. Una divergenza di posizioni, emersa in diretta televisiva davanti alla nazione, che ha messo in luce una crepa non da poco all’interno dell’amministrazione, sollevando interrogativi sulla reale condivisione delle informazioni e sulla catena di comando nelle decisioni di politica estera più delicate. La stessa Gabbard, incalzata da un altro democratico, il senatore Jon Ossoff, sulla valutazione della minaccia, si è trincerata dietro una formula interlocutoria, sostenendo che spetta solo al presidente determinare ciò che costituisce un pericolo imminente. Una posizione che ha suscitato la replica secca di Ossoff, secondo cui determinare le minacce per il paese è esattamente il compito per cui l’intelligence viene pagata.




