La spesa militare globale tocca livelli record: superati i 2.700 miliardi di dollari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I dati diffusi dal Sipri, l’istituto internazionale di ricerca con sede a Stoccolma, non lasciano spazio a dubbi: nel 2024 la spesa militare mondiale ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, segnando un aumento del 9,4% rispetto all’anno precedente. Si tratta del balzo più consistente registrato dalla fine della Guerra Fredda, confermando una tendenza che, dal 2015 in poi, non ha conosciuto battute d’arresto.

A trainare la crescita sono soprattutto Europa e Medio Oriente, dove gli investimenti nell’industria bellica hanno subito un’accelerazione senza precedenti. Sebbene gli Stati Uniti mantengano saldamente il primato assoluto, con un budget che da solo rappresenta una fetta significativa del totale, è interessante notare come alcuni Paesi abbiano destinato alle forze armate quote insolitamente elevate del proprio Pil. L’Ucraina, in particolare, ha impegnato il 34% della sua produzione interna lorda, un dato che riflette l’impatto del conflitto in corso con la Russia. A seguire, Israele (8,8%) e Algeria (8%), mentre tra le nazioni che hanno incrementato maggiormente le uscite figurano, oltre a Tel Aviv (+34%), anche il Myanmar (+3%) e Mosca (+1,7%).

I cinque maggiori contributori – Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India – assorbono da soli il 60% della spesa globale, per un totale di 1.635 miliardi di dollari. Una concentrazione di risorse che, se da un lato rispecchia gli equilibri geopolitici attuali, dall’altro solleva interrogativi sulla sostenibilità di un trend in costante ascesa.

L’analisi del Sipri, del resto, non si limita a fotografare l’entità degli investimenti, ma ne evidenzia anche la distribuzione geografica. Mentre in Asia e Africa gli incrementi sono stati più contenuti, seppur significativi, è nel Vecchio Continente e nel Medio Oriente che si osserva la corsa più marcata agli armamenti. Un fenomeno che, complici le tensioni internazionali e i conflitti regionali, sembra destinato a influenzare non solo le strategie di difesa, ma anche gli assetti economici dei Paesi coinvolti.

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