Valditara: il giuramento sul Corano del sindaco di New York e il dibattito sulla civiltà condivisa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In una lettera al quotidiano Il Messaggero, il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha posto una questione che definisce fondamentale, partendo da un fatto di cronaca internazionale. Il riferimento è al giuramento pronunciato sul Corano da Zohran Mamdani, nel suo primo giorno da sindaco di New York, una scelta cerimoniale che ha attirato l’attenzione dei media globali. Valditara, osservando la scena, la paragona – per il suo valore simbolico – all’inizio del mandato di Roberto Fico alla presidenza della Camera, seppur con le dovute e nette differenze di contesto istituzionale. L’episodio newyorchese, caratterizzato dalla rinuncia alle auto blu a favore dei mezzi pubblici e da un discorso incentrato sull’inclusività e sulla richiesta di un maggiore contributo fiscale ai più abbienti, diviene per il ministro il pretesto per una riflessione di ampio respiro.

Il parallelo con le polemiche italiane

Il cuore dell’intervento di Valditara, infatti, non è la politica municipale statunitense, bensì il dibattito italiano, periodicamente riacceso, sulla presenza di simboli religiosi cristiani negli spazi pubblici, specie nelle scuole. “Giurare sul Corano non è un atto neutro”, scrive il ministro, interrogandosi poi su come mai, spesso, chi in Italia solleva proteste contro l’esposizione di crocifissi o allestimenti natalizi non esprima perplessità analoghe di fronte a gesti come quello di Mamdani. La sua argomentazione, che si sviluppa attraverso periodi articolati e subordinate, mira a evidenziare quella che percepisce come una contraddizione: da un lato, si tenderebbe a relegare i segni della tradizione cristiana alla sfera del privato, bollandoli come invasivi; dall’altro, si assisterebbe a un silenzio su manifestazioni pubbliche di altre fedi, quasi fossero atti meramente culturali o privi di un significato altrettanto profondo.

Il fondamento nelle scelte pubbliche

La questione, come viene approfondita nel testo, tocca un nervo scoperto che va ben al di là delle rituali polemiche da stagione festiva. Quello che viene messo in discussione, secondo l’analisi del ministro, è il concetto stesso di civiltà che si intende condividere e promuovere attraverso le istituzioni. Tale civiltà, con i suoi riferimenti valoriali e storici, non può essere, nelle sue parole, un optional o un retaggio di cui vergognarsi, bensì il fondamento imprescindibile di ogni scelta pubblica, inclusa quella educativa. Il rischio paventato è quello di un relativismo che, nel tentativo di essere acriticamente accogliente, finirebbe per smarrire le proprie radici, senza per questo costruire un’autentica apertura. La scelta del sindaco di New York, in questa prospettiva, è letta come la chiara assunzione pubblica di un’identità precisa, mentre il dibattito nostrano sembra a volte voler negare persino l’evidenza delle proprie matrici culturali.

Una discussione oltre i simboli

L’articolo del ministro, quindi, pur prendendo le mosse da un evento specifico e da un parallelo con le polemiche sui presepi, cerca di spostare il baricentro della discussione su un piano più alto. Non si tratterebbe semplicemente di decidere se un crocifisso debba stare in un’aula, ma di interrogarsi collettivamente – e senza pregiudizi ideologici – su quali siano i pilastri non negoziabili del vivere comune in una determinata società. È un invito, implicito ma chiaro, a una coerenza di pensiero: se si accetta che un amministratore giuri pubblicamente sul libro sacro della sua fede, dovremmo forse comprendere che i simboli, quando sono espressione di una tradizione viva e condivisa, hanno un ruolo anche nello spazio pubblico. Ignorare questo nesso, lasciando che la discussione si impoverisca in sterili battaglie di principio, significa, secondo la tesi di Valditara, eludere la domanda cruciale su quale modello di convivenza si desideri realmente costruire per il futuro.

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