Napoli, l'inchiesta sulle plusvalenze e il caso Osimhen tra intercettazioni e difesa del club
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Redazione Sport
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La Procura di Roma, che conduce l'inchiesta sulle presunte plusvalenze fittizie nell'acquisto di Victor Osimhen da parte del Napoli, vede le proprie carte d'indagine finire sulle pagine dei quotidiani, sebbene il procedimento giudiziario non registri, nella sostanza, evoluzioni significative. L'udienza preliminare, come è noto, è stata infatti rinviata al prossimo 6 novembre, lasciando tutto in uno stato di sospensione che alimenta il dibattito pubblico più di quanto non faccia avanzare l'iter penale. La pubblicazione di alcuni stralci delle intercettazioni tra i dirigenti del club, operata da "Repubblica", ha offerto uno spaccato delle trattative, se ne sono viste delle belle, sebbene la portata giuridica di quelle conversazioni rimanga oggetto di contese forensi.
Le reazioni della difesa e le voci fuori dal coro
A fronte della divulgazione di quegli atti, il collegio difensivo della società ha espresso, attraverso una nota ufficiale, la propria costernazione, dichiarandosi "stupito" per la diffusione di materiale investigativo riservato. Gli avvocati Gino Fabio Fulgeri, Gaetano Scalise e Lorenzo Contrada hanno sottolineato, con fermezza, come dalle chat non emerga "un disegno illecito, bensì la normale dinamica di una trattativa legata alla compravendita di calciatori", definita "fisiologica nel settore e priva di profili penalmente rilevanti". Una posizione, la loro, che cerca di ridimensionare l'impatto mediatico delle rivelazioni, insistendo sulla legittimità delle operazioni condotte. Di tono ben diverso è stato il commento del giornalista Umberto Chiariello, il quale, su X, ha bollato l'intera inchiesta come "fuffa", sostenendo che su un'indagine "pressoché inesistente" sia partita quella che ha efficacemente definito "la macchina del fango".
Il contenuto delle intercettazioni e il contesto dell'affare
Le conversazioni svelate, risalenti al luglio del 2020, dipingono un quadro di intense trattative, durante le quali emersero, persino dalla controparte francese del Lille, delle perplessità riguardo ai "rischi connessi a questo affare". Tra i passaggi che hanno maggiormente catturato l'attenzione, spicca lo scambio tra Giuseppe Pompilio, all'epoca vicedirettore sportivo, e Cristiano Giuntoli, allora direttore sportivo. "Non devi scrivere nulla. Tracce nelle mail non se ne lasciano. A voce quello che ti pare", sarebbero le parole di Pompilio, una frase che i pubblici ministeri evidentemente considerano significativa, ma che la difesa del Napoli inquadra come parte di una prassi commerciale ordinaria. È interessante notare come, nonostante il clamore, la giustizia sportiva abbia già proceduto all'archiviazione della vicenda sotto il profilo disciplinare, un fatto che viene spesso citato per smorzare i toni di un'accusa che fatica a trovare una sua solidità.
Uno scontro che si gioca su piani differenti
La vicenda si sviluppa quindi su due piani distinti e paralleli: da un lato, le aule dei tribunali, dove il silenzio processuale è rotto solo dall'attesa per il prossimo appuntamento calendarizzato; dall'altro, la sfera mediatica, dove le intercettazioni alimentano un racconto che la società difende con vigore e che alcuni commentatori liquidano come inconsistente. Ciò che ne risulta è un confronto aspro, che vede la procura indagare su dinamiche opache, mentre il club e i suoi legali ribadiscono la correttezza di ogni passaggio, sostenendo che di illecito, in quelle chiacchierate tra dirigenti, non ve ne sia traccia alcuna. La mancanza di novità giudiziarie concrete, almeno fino a novembre, lascia ampio spazio a questa battaglia di narrazioni, dove le uniche certezze, al momento, sembrano essere le difese agguerrite del Napoli e l'archiviazione in sede sportiva.




