L’isola di San Giacomo, da polveriera abbandonata a laboratorio d’arte off-grid nella laguna di Venezia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’isola appare all’improvviso tra Murano e Burano, un quadrato di terra bassa nel silenzio della Laguna Nord dove il vento piega le erbe saline e i mattoni di epoca napoleonica sembrano ancora trattenere l’umidità dei secoli. San Giacomo, che per decenni era rimasta in uno stato di completo abbandono dopo la dismissione dell’uso militare avvenuta nel lontano 1961, non aveva certo bisogno di essere “valorizzata” – parola che a Venezia spesso coincide con l’ennesima operazione di addomesticamento turistico – quanto piuttosto di essere salvata dal degrado senza però perdere quel carattere appartato, quasi refrattario alla mondanità. Acquistata nel 2018 da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e da Agostino Re Rebaudengo, che la rilevarono da Cassa Depositi e Prestiti, l’isola è stata progressivamente trasformata in un laboratorio dove la ricerca artistica e la sostenibilità ambientale, lungi dall’essere due anime separate, finiscono per coincidere in un unico, complesso ecosistema culturale.

Un recupero tra archeologia industriale e autosufficienza energetica

Ciò che colpisce, varcata la soglia di questo lembo di terra un tempo adibito a presidio militare napoleonico e poi austriaco, non è tanto la spettacolarità delle installazioni quanto la radicalità con cui è stato pensato il ripristino architettonico. Il progetto, sviluppato sotto la direzione tecnica di Asja Energy (benefit company attiva nella produzione di energia rinnovabile), ha evitato sia la museificazione nostalgica sia la neutralizzazione contemporanea tipica di tante riconversioni culturali. Le due ex polveriere, che oggi ospitano le esposizioni principali, sono state preservate attraverso una strategia quasi archeologica: all’interno delle murature esistenti sono state costruite delle vere e proprie “scatole” autonome, fondate su micropali moderni che non gravano sulle antiche strutture lignee. Circa trentamila mattoni originali, recuperati e puliti a mano, sono stati reimpiegati nei restauri e nelle pavimentazioni esterne, un dettaglio che parla da sé riguardo alla cura per la continuità materica. Non essendo collegata alle reti pubbliche di elettricità, gas o acqua, l’isola funziona oggi al cento per cento grazie a un sistema fotovoltaico integrato nelle architetture, coadiuvato da un sistema di accumulo e da una gestione intelligente dei consumi; un pozzo di epoca militare, riportato in funzione, intercetta una falda di acqua dolce sotto l’isola, reintegrando una fonte idrica storica.

Un programma inaugurale che respira con il vento della laguna

Inaugurata ufficialmente il 7 maggio 2026, in perfetta concomitanza con l’apertura della Biennale d’Arte, la nuova sede ha declinato il suo programma espositivo in tre direttrici principali che sembrano voler restituire la complessità del luogo. Nella Polveriera Est trova spazio “Fanfare/Lament”, la personale dell’artista britannico Matt Copson curata da Hans Ulrich Obrist; si tratta di un’installazione multidimensionale che sceglie di interagire con gli agenti naturali del luogo, in particolare con le correnti d’aria. Delle sculture volanti a forma di occhio, realizzate con aquiloni artigianali, svettano sopra i tetti mentre una fanfara di musicisti accoglie il visitatore e delle proiezioni laser danzano sulle pareti, quasi a voler disinnescare la pesantezza della memoria bellica dello stabile attraverso una coreografia leggera affidata al vento. Sulla Polveriera Ovest, invece, è allestita la collettiva “Don’t have hope, be hope!” – titolo tratto da un dipinto di Walter Price – che attinge a piene mani dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo per mettere in dialogo generazioni e linguaggi differenti: ci sono i dipinti di Cecily Brown e Michael Armitage che dialogano con le sculture di Anish Kapoor e Sarah Lucas, attraversando temi che vanno dalla vulnerabilità del alle implicazioni tecnologiche del presente. A completare il quadro inaugurale, il Project Space ospita una selezione di scatti di Giovanna Silva e Antonio Fortugno, dedicati ai quattro anni di cantiere; in queste immagini, il restauro viene raccontato come un processo organico di lenta emersione dal paesaggio lagunare.

Un giardino di speculazioni ecologiche e permanenze artistiche

Se gli interni delle polveriere raccontano la ricerca contemporanea più speculativa, è nel giardino che si respira la vocazione ibrida dell’intera operazione. Qui sono state disseminate sei installazioni permanenti, molte delle quali pensate come site-specific, che trasformano la passeggiata all’aria aperta in un confronto diretto con l’urgenza ecologica. La scritta luminosa rosa “Patriarchy = CO2” di Claire Fontaine si accende tra le erbe saline, mentre il razzo “GONOGO” di Goshka Macuga e l’albero rosa “Old Tree” di Pamela Rosenkranz punteggiano il percorso visivo con colori artificiali che contrastano con il verde spontaneo. È però impossibile non notare la “cappella inclinata” di Hugh Hayden (un tempio in legno che sembra cedere su se stesso) o la sirena in bronzo “Nixe” di Thomas Schütte, opere che sembrano suggerire una riflessione sulla precarietà della struttura e sulla fragilità di questo equilibrio tra uomo e natura. L’intera isola, d’altronde, è stata ripensata selezionando specie botaniche a basso consumo idrico e ripristinando antichi vigneti di Malvasia, quasi a voler restaurare anche la memoria agricola che precedette l’uso bellico. Visitabile inizialmente su prenotazione e durante le aperture della Biennale, grazie a una convenzione con il Comune che prevede una fermata a richiesta sulla linea di navigazione Murano-Burano, San Giacomo si appresta a vivere una seconda vita molto distante dagli schemi del museo tradizionale.

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