Il calcio italiano e il “cinema” perduto: Di Canio striglia la mentalità nostrana tra Godzilla e i campioni in decadenza

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Paolo Di Canio, ospite delle pagine sportive de La Repubblica, ha scelto una metafora potente per descrivere il divario che separa ormai stabilmente il nostro calcio dalle corazzate europee: quella dello scontro titanico tra mostri sacri dello schermo. Nel commentare il recente capolavoro di follia tattica e agonistica di Paris Saint-Germain-Bayern Monaco (terminato 5-4 per i francesi), l’ex attaccante romano ha parlato di “puro cinema”, un termine che nel calcio italiano, ahinoi, pare essere diventato un genere di nicchia. Non si trattava, nelle sue parole, di semplice spettacolo fine a se stesso, bensì di una manifestazione di potenza bruta e libertà mentale: le corse palla al piede per quaranta metri, le scelte tecniche cambiate a duecento all’ora – come le ha definite lui – e quel controllo totale della situazione che trasforma il campo in un set cinematografico senza copione.

“Quella partita mi ha esaltato”, ha confessato Di Canio, ammettendo di averla riguardata in treno anche dopo venti ore, quasi fosse un film d’autore che non si riesce a dimenticare. La sua analogia con “Godzilla contro King Kong” non lascia spazio a interpretazioni ambigue: creature forti e agili che se le danno senza fare calcoli, con colpi di scena continui. E qui arriva la stilettata verso l’orticello italiano, dove ancora ci si lamenta delle difese bucate. “Ma che dovevano fare?”, domanda retoricamente l’opinionista, liquidando le critiche sulle retroguardie come un “ragionamento anni Settanta”. Se da un lato noi italiani ci atteggiamo a maghi della fase difensiva, dall’altro dobbiamo assistere impotenti al Bayern che ne fa dieci in due partite all’Atalanta o al PSG che ne rifila cinque all’Inter. È il segnale inequivocabile che il mondo è andato avanti, mentre qui si è rimasti invidiosi, intrappolati in un cliché tattico che non esiste più.

L’effetto “Bar Corallo” e la fine di una generazione

Forse il passaggio più provocatorio, quello che gratta il fondo di una crisi identitaria non solo tecnica ma culturale, riguarda il mercato e l’attrattività della Serie A. Di Canio ha puntato il dito contro un’abitudine tristemente italica: l’esaltazione per giocatori che altrove rappresenterebbero la normalità, e l’attesa spasmodica per campioni ormai in dirittura d’arrivo. “Se sono tecnici, forti e veloci, costano troppo. E finiscono in Premier League”, ha sentenziato, citando l’esempio di un Harry Kane pagato cento milioni dal Bayern Monaco a trent’anni.

E qui la memoria dell’ex calciatore è volata al suo quartiere, al Quarticciolo di Roma, evocando un’immagine malinconica e potentissima: quella dei calciatori di Serie C che, dopo il ritiro, venivano a giocare nel campetto del Bar Corallo. “Li vedevamo e dicevamo: ‘Ammazza che forte, oh!’ Ma è l’inizio della fine”, ha ammonito Di Canio, tracciando un parallelo diretto con l’attesa italiana per Robert Lewandowski – considerato ancora un salvatore della patria nonostante i suoi trentotto primavere. Si assiste così a un cortocircuito temporale: mentre il resto d’Europa corre verso l’atletismo e la velocità esecutiva, il nostro calcio si accontenta di rimediare gli scarti o i tramonti dei fenomeni, esaltandosi magari per Lukaku o Leao (con tutto il rispetto dovuto, precisa Di Canio). È un meccanismo che genera un appiattimento verso il basso, dove l’asticella della qualità si abbassa per giustificare l’inarrivabilità dei colossi stranieri.

L’Inter, eccezione che conferma la regola

Nel panorama desolante dipinto dall’opinionista di Sky, emerge un’eccezione che però, paradossalmente, dimostra la frammentazione e l’incapacità sistemica del movimento italiano. Di Canio ha analizzato il doppio approdo in finale di Champions League dell’Inter (2023 e 2025) con una lente di ingrandimento che distingue tra fortuna e merito. “Nel 2023 ha pescato bene”, ha tagliato corto l’ex attaccante, riferendosi a un percorso che, pur valido, vedeva avversari come le portoghesi e il Milan nei quarti. Una circostanza, quella del sorteggio favorevole, che ha permesso ai nerazzurri di arrivare a Istanbul senza forse affrontare la crudeltà del massimo livello europeo per tutta la durata dell’eliminazione diretta.

Tutto diverso, invece, per il cammino del 2025. In quell’occasione, l’Inter è stata “brava”, secondo Di Canio, perché è riuscita a imporsi su squadre oggettivamente più forti sulla carta. Un riconoscimento, questo, del valore morale e dell’organizzazione della squadra di Simone Inzaghi, capace di reggere l’urto delle potenze economiche del continente. Tuttavia, la precisazione serve a Di Canio per ribadire un concetto di fondo: quella nerazzurra rappresenta un’isola felice, un progetto solido in un mare di mediocrità organizzativa. Il resto della Serie A, nella sua analisi spietata, resta “un gradino sotto”. E finché ci si esalterà per operazioni di mercato “low cost” o colpi a effetto di cartello, anziché per la costruzione di un movimento solido, il divario con il “cinema” europeo non potrà che aumentare.

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