La separazione dei poteri in Italia, un gennaio decisivo
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Redazione Interno
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Le recenti sentenze della magistratura giudicante su Matteo Renzi e Matteo Salvini potrebbero favorire, paradossalmente (ma solo fino a un certo punto), la ricerca di un nuovo e meno burrascoso rapporto tra politica e giustizia in Italia. Dopo almeno tre decenni di furibonda contesa e di ricorrenti invasioni di campo tra i due ambiti dell’assetto istituzionale e costituzionale dello Stato, sarebbe giunto il momento di tentare di tornare all’antica lezione liberale di Montesquieu sulla separazione dei poteri come condizione essenziale per assicurare sia l’equilibrio tra di essi sia i diritti e le libertà degli individui.
Nonostante nel caso del processo al vicepremier Salvini la destra non possa insistere sulle «toghe rosse», un effetto comunque la sentenza lo ha avuto: il governo metterà il turbo alla separazione delle carriere per avere la prima approvazione della Camera entro fine gennaio e per provare a stoppare le proteste annunciate dai magistrati. La tregua tra Lega e Forza Italia su questo tema è già stata siglata e la telefonata di Pier Silvio Berlusconi a Salvini l’ha suggellata.
Ogni sentenza di assoluzione implica un errore giudiziario, lo diceva il leggendario avvocato Francesco Carnelutti e lo ha confermato la decisione dei magistrati nel processo a Matteo Salvini. Della lezione del Carnelutti, all’Associazione nazionale magistrati sanno poco, direi niente, visti i commenti dopo la sentenza. Al primo minuto, dopo l’assoluzione, è partito il coro, l’avete visto che non c’è bisogno di separare le carriere perché c’è «una sentenza che prova plasticamente l’autonomia dei giudicanti» (Giuseppe Tango, magistrato, presidente della Giunta esecutiva di Palermo dell’Anm).
Non so se come hanno promesso Matteo Salvini e Giorgia Meloni subito dopo l'assoluzione dell'attuale ministro delle Infrastrutture nel processo Open Arms, la riforma della giustizia, a cominciare dalla separazione delle carriere, avrà davvero un iter più veloce.




