Allarme meningite nel Kent: un focolaio tra gli studenti, due giovani vittime e tredici casi accertati
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Redazione Salute
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La contea del Kent, nel Sud-Est dell’Inghilterra, è al centro di un’emergenza sanitaria che ha riacceso i riflettori sui rischi legati alla meningite invasiva, una patologia che, come insegna la cronaca, può colpire con una rapidità sconcertante. L’Agenzia britannica per la sicurezza sanitaria, nota come UKHSA, ha confermato tredici casi di infezione da meningococco a partire dallo scorso 13 marzo, un bilancio provvisorio – e in aggiornamento – che segna purtroppo due decessi e undici ricoveri in condizioni definite serie. Le vittime, la cui identità è stata divulgata solo in parte per rispetto della privacy, sono una studentessa di appena diciotto anni e uno studente universitario di ventuno. La ragazza, che frequentava l’ultimo anno della Queen Elizabeth‘s Grammar School di Faversham, è spirata nel fine settimana circondata dall’affetto dei suoi cari -8; il giovane, invece, era iscritto alla University of Kent, l’ateneo che sorge nei pressi di Canterbury e che ora si trova suo malgrado al centro di questo focolaio.
A complicare il quadro, e a rendere più difficoltoso il lavoro dei medici e degli epidemiologi, c’è il fatto che il ceppo batterico responsabile dell’epidemia non è stato ancora identificato con certezza, sebbene alcuni test preliminari indichino la possibilità che si tratti del meningococco di gruppo B, una variante particolarmente aggressiva e subdola. Le autorità sanitarie, in ogni caso, non hanno atteso la conferma di laboratorio per attivare le procedure di contenimento: in queste ore, più di trentamila persone – un numero impressionante se si considera la densità abitativa della zona – sono state contattate e invitate a sottoporsi a profilassi antibiotica, una misura precauzionale ma necessaria per arginare la diffusione del batterio. File di studenti in attesa di una compressa o di una mascherina si sono formate davanti ai cancelli dell’università, scene che, loro malgrado, riportano alla memoria i giorni più bui della pandemia da Covid.
La catena dei contagi e le misure di prevenzione adottate dalle autorità
La macchina dei soccorsi e della prevenzione si è messa in moto con la massima urgenza, seguendo un copione ben collaudato in casi del genere. L’UKHSA, in stretta collaborazione con il servizio sanitario nazionale (NHS), ha avviato una complessa operazione di contact tracing, ossia la ricerca di tutti coloro che potrebbero essere entrati in contatto stretto con i malati. A questi, una volta individuati, sono stati somministrati antibiotici a scopo profilattico, nel tentativo di sterilizzare il serbatoio batterico e impedire che il contagio facesse altri salti. La preoccupazione, ovviamente, è massima, perché la meningite non è una malattia che lascia molto tempo per reagire: i sintomi iniziali, come un banale mal di testa o una rigidità del collo, possono facilmente essere scambiati per quelli di un’influenza o addirittura per i postumi di una serata di festa, portando i giovani a sottovalutare il pericolo.
Ed è proprio un locale notturno, il Club Chemistry, a finire al centro delle attenzioni degli inquirenti sanitari. Secondo alcune ricostruzioni raccolte dalla stampa britannica, diversi degli studenti poi ricoverati avrebbero partecipato a una serata in quel nightclub nei giorni precedenti la comparsa dei sintomi, e lì, forse, condividendo bevande o sigarette elettroniche – pratiche comuni tra i giovanissimi – il batterio potrebbe aver trovato un veicolo di trasmissione ideale. L’università, dal canto suo, ha sospeso gli esami e cancellato tutti gli eventi non essenziali, nel disperato tentativo di limitare le occasioni di assembramento e di rallentare la corsa del microrganismo.




