L’Italia accelera timidamente, ora è l’Emilia-Romagna la locomotiva del Paese
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Redazione Interno
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La geografia economica italiana, dopo un 2025 guidato dal nord-est, si prepara a un nuovo cambio di passo per il 2026. Sebbene il quadro nazionale resti complessivamente segnato da una crescita anemica, è l’Emilia-Romagna a staccarsi nel confronto regionale, strappando il testimone al Veneto che aveva retto, l’anno scorso, il ruolo di principale motore dello sviluppo. Le ultime rilevazioni dell’Ufficio studi della Cgia, che si basano su dati di Prometeia, disegnano infatti una mappa in movimento, con alcune sorprese negli ultimi posti della classifica e una generale tendenza alla stagnazione, la quale, nonostante un incremento nominale del Prodotto interno lordo, risulta essere il dato più preoccupante e indicativo delle fragilità sistemiche.
Secondo gli analisti, il Pil nazionale in termini nominali è destinato a superare, nel corso del 2026, la soglia dei 2.300 miliardi di euro, con un aumento di circa 66 miliardi che equivale a un +2,9% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, quando si osserva la crescita reale, l’aumento si attesterebbe su un ben più modesto +0,7%, quasi impercettibile, a conferma di come il sistema fatica a decollare in modo sostanziale. In questo contesto, il baricentro della performance si sposta verso Bologna e la sua regione, che dovrebbe chiudere il 2026 con una crescita dello 0,86% sul 2025, scavalcando così il Veneto fermo a un +0,66%. Seguono, nella speciale graduatoria delle regioni più dinamiche, il Lazio con uno 0,78%, il Piemonte con lo 0,74%, mentre Friuli Venezia Giulia e Lombardia si attestano entrambe a un incremento dello 0,73%.
All’estremo opposto della classifica, si trovano regioni il cui sviluppo appare sensibilmente più lento e problematico. La Sicilia, con una previsione di crescita dello 0,28%, e la Basilicata, ferma a un +0,25%, mostrano tutte le difficoltà di un Mezzogiorno che arranca. Maglia nera assoluta, secondo le stime, spetterebbe alla Calabria, che si piazzerebbe in ultima posizione con un incremento del Pil pari appena allo 0,24%. Situazione non rosea neppure per l’Umbria, la quale, pur attestandosi in linea con la media nazionale per il 2026 con un +0,66%, è annoverata tra le peggiori regioni d’Italia se si considera l’arco temporale più ampio che va dal 2019 al 2025, un periodo che ne ha evidenziato le persistenti criticità strutturali.




