Tubercolosi, una malattia dimenticata che continua a uccidere
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Redazione Salute
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L’idea che la tubercolosi appartenga a un’epoca lontana, relegata nei sanatori di inizio Novecento o nelle pagine dei romanzi ottocenteschi, è un luogo comune che la realtà si incarica puntualmente di smentire. A ricordarcelo, con la consueta puntualità, è la Giornata mondiale che si celebra il 24 marzo, data simbolica che evoca la scoperta del bacillo da parte di Robert Koch nel lontano 1882, ma che oggi serve a fotografare una situazione epidemiologica ancora critica. A richiamare l’attenzione sulla persistenza di questa patologia infettiva, spesso trascurata nei dibattiti pubblici, è l’ASST di Cremona, che in questa occasione rilancia il monito: la tubercolosi è tutt’altro che debellata, anzi, rappresenta ancora una delle principali cause di morte nel mondo per singolo agente infettivo.
I numeri, del resto, parlano chiaro. L’ultimo report diffuso dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aggiornato al 2024 stima in circa 10 milioni i nuovi casi notificati a livello globale, a fronte di 1,3 milioni di decessi. Si tratta di un trend che si mantiene sostanzialmente stabile negli ultimi anni, a dimostrazione di come gli sforzi compiuti finora, pur significativi, non siano ancora sufficienti a invertire definitivamente la rotta. Se si restringe il campo all’Europa e, più nello specifico, all’Italia, il quadro non cambia di molto: nel 2024 si sono registrati circa 204mila nuovi casi nella sola Regione europea e poco meno di 4mila nel nostro Paese, un dato che non accenna a diminuire in maniera sostanziale.
La minaccia silenziosa delle forme resistenti
Ciò che rende la battaglia contro questa malattia particolarmente complessa, e che i tecnici dell’ASST non mancano di sottolineare, è la crescente diffusione delle cosiddette forme farmaco-resistenti. Si tratta di varianti del batterio Mycobacterium tuberculosis che non rispondono più ai tradizionali schemi terapeutici, rendendo i trattamenti più lunghi, tossici e costosi, e riducendo drasticamente le possibilità di guarigione se non si interviene con tempismo. In questo scenario, la sfida per i sistemi sanitari, incluso quello lombardo, si gioca su più fronti: da un lato la necessità di rafforzare la sorveglianza per intercettare precocemente i focolai, dall’altro l’urgenza di garantire un accesso equo alle cure, senza dimenticare il ruolo cruciale delle nuove tecnologie diagnostiche.
Diagnostica avanzata e sorveglianza
Proprio sul fronte della diagnosi, gli esperti richiamano l’importanza di implementare strumenti sempre più rapidi e precisi, come quelli raccomandati dall’OMS, capaci di identificare non solo la presenza del bacillo ma anche eventuali profili di resistenza in poche ore, laddove un tempo erano necessarie settimane. In occasione della Giornata mondiale che porta la data del 24 marzo 2026, il tema scelto a livello internazionale – “Sì! Possiamo sconfiggere la tubercolosi! Guidati dai paesi. Con il contributo delle persone” – viene letto dagli operatori sanitari non come uno slogan retorico, ma come un vero e proprio programma operativo. Un invito all’azione che, partendo dai dati allarmanti (10 milioni di nuovi casi nel 2024, 1,3 milioni di morti), cerca di riorientare l’attenzione su un obiettivo che molti ritenevano già raggiunto e che invece richiede uno sforzo collettivo costante.
Una sfida che non conosce tregua
Quella contro la tubercolosi è dunque una partita ancora aperta, giocata tra il progresso della medicina e la capacità dei batteri di adattarsi. Mentre i riflettori dei media si accendono su altre emergenze sanitarie, gli ospedali e i servizi di igiene pubblica continuano a gestire una patologia che, in alcune aree del Paese e del continente, mostra preoccupanti segnali di recrudescenza. I circa 4.000 casi annui in Italia rappresentano una spia di un iceberg sommerso fatto di ritardi diagnostici, fragilità sociali e disparità nell’accesso alle terapie, elementi che i professionisti dell’ASST di Cremona cercano di tenere insieme nella loro attività quotidiana. Se da un lato la data del 24 marzo serve a commemorare la scoperta di Koch, dall’altro si configura come l’occasione per ribadire un concetto semplice ma imprescindibile: sconfiggere questa malattia non è solo un’aspirazione, ma un obiettivo realizzabile, a patto di non abbassare mai la guardia.




