Tubercolosi, l’allarme dell’Oms per l’Europa: un caso su cinque non diagnosticato e la minaccia della farmaco-resistenza

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è una malattia del passato, per quanto possa apparire tale all’opinione pubblica distratta dai fenomeni pandemici più recenti. La tubercolosi continua a rappresentare una delle principali sfide per la salute pubblica globale, e l’Europa, nonostante i progressi compiuti nell’ultimo decennio, si trova ancora a fare i conti con un nemico che muta e che, in alcune aree, diventa sempre più difficile da contrastare. A certificare la permanenza di questa emergenza silenziosa sono i dati contenuti nel nuovo report congiunto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC), riferiti all’anno 2024. I numeri parlano chiaro: nella Regione Europea, che comprende 53 paesi tra Europa e Asia centrale, si stimano circa 204.000 nuovi casi di tubercolosi, ma a essere ufficialmente notificati sono solo 161.569. Un divario che lascia intendere come circa il 21 per cento delle infezioni sfugga completamente ai sistemi di sorveglianza e, di conseguenza, alle cure. Un caso su cinque, dunque, resta nell’ombra, alimentando la catena di trasmissione e vanificando parte degli sforzi compiuti finora. Questa mancata diagnosi, come sottolineato dagli esperti, non è solo un fallimento nella rilevazione, ma una concreta perdita di opportunità per intervenire precocemente e ridurre la sofferenza dei pazienti.

Farmaco-resistenze e il peso di una patologia “dimenticata”

A rendere il quadro particolarmente preoccupante è l’incidenza delle forme farmaco-resistenti, un fenomeno che nel Vecchio Continente raggiunge livelli ben al di sopra della media mondiale. Il report evidenzia che il 23 per cento dei nuovi casi e ben il 53 per cento di quelli già trattati in precedenza presentano una resistenza alla rifampicina, il principale antibiotico utilizzato nelle terapie standard, configurandosi così come casi di tubercolosi multiresistente. Una situazione che, per contrasto, appare ancora più allarmante se rapportata alle medie globali, che si attestano rispettivamente al 3,2 per cento e al 16 per cento. In termini numerici, si parla di circa 55.000 casi di tubercolosi farmaco-resistente nella sola regione europea, un dato che impone un cambio di passo nelle strategie di controllo. L’associazione dei microbiologi clinici italiani, in occasione della Giornata mondiale della tubercolosi del 24 marzo, ha richiamato l’attenzione su come la stabilità dei casi e la circolazione di questi ceppi resistenti dimostrino che non si può abbassare la guardia, specialmente nei gruppi più vulnerabili dove la trasmissione risulta più aggressiva.

La diagnosi in Italia e il nodo della continuità assistenziale

Nel contesto italiano, l’incidenza rimane relativamente contenuta se paragonata ad altre aree del continente, con circa 4.000 nuovi casi all’anno. Tuttavia, il numero non accenna a diminuire in maniera significativa, e la circolazione di ceppi resistenti rappresenta un campanello d’allarme costante per le autorità sanitarie. Nonostante le innovazioni in campo diagnostico – come i test molecolari rapidi e il sequenziamento genomico che permettono di identificare il patogeno e i suoi profili di resistenza in tempi molto più brevi – permangono criticità strutturali nella gestione del paziente. I dati europei mostrano come nella sola Unione Europea, un paziente su cinque che inizia un trattamento non viene poi valutato a un anno di distanza, una lacuna nel follow-up che compromette l’efficacia delle cure e facilita le recidive. Questa difficoltà nel garantire una continuità assistenziale riguarda anche la popolazione pediatrica, un segmento spesso invisibile nelle statistiche ma pesantemente colpito dalla malattia.

L’allarme di Medici Senza Frontiere sui bambini

Proprio in occasione della giornata di sensibilizzazione, l’organizzazione medico-umanitaria Medici Senza Frontiere ha voluto porre l’accento su una verità scomoda: i bambini rimangono uno dei gruppi più vulnerabili e trascurati nella lotta globale alla tubercolosi. Secondo le stime contenute nel rapporto globale dell’OMS, 1,2 milioni di bambini e adolescenti sotto i 15 anni si ammalano ogni anno; di questi, una percentuale che raggiunge il 43 per cento non riceve una diagnosi e quindi rimane esclusa dalle cure. Una situazione paradossale, se si considera che gli strumenti per diagnosticare e curare i più piccoli esistono – per quanto imperfetti – e che spesso basterebbe implementare correttamente le linee guida già esistenti, come gli algoritmi decisionali raccomandati dall’OMS, per raddoppiare il numero di bambini curati. Cathy Hewison, responsabile dei progetti tubercolosi per Msf, ha dichiarato che in una risposta globale alla malattia, i bambini non possono continuare a essere considerati un ripensamento, ma devono diventare una priorità immediata, specialmente in un contesto di tagli agli aiuti internazionali che rischiano di allontanarli ulteriormente dai percorsi di cura. La realtà è che, tra conflitti, migrazioni e interruzioni dei sistemi sanitari, il bacino di pazienti non diagnosticati rischia di allargarsi, rendendo ancora più difficile centrare gli obiettivi di eliminazione della malattia entro il 2030.

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