L’ultimo trucco di Zendaya e Pattinson: amore, segreti e la maschera del matrimonio nel film che non vuole essere solo una romcom
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Redazione Cultura e Spettacolo
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A una settimana dalle nozze, quando tutto sembra procedere secondo la perfetta coreografia del “vissero per sempre felici e contenti”, Emma e Charlie si trovano a dover affrontare non l’ansia da bouquet o la scelta del menu, bensì una verità che rischia di polverizzare il castello di certezze su cui hanno costruito la loro storia. È questo il cuore pulsante di The Drama – Un segreto è per sempre, la nuova opera di Kristoffer Borgli che, con il carisma magnetico di Zendaya e Robert Pattinson, arriva nelle sale italiane dal 1° aprile dopo una campagna promozionale giocata tutta sull’ambiguo silenzio attorno alla trama. Un’operazione, quella di mantenere l’alone di mistero fino all’ultimo, che oltreoceano ha già sollevato polemiche e proteste, segno evidente che l’operazione voluta dalla regia e dalla distribuzione (I Wonder Pictures) punta a preservare l’urto di un colpo di scena tanto radicale quanto inaspettato.
E in effetti, etichettare The Drama si rivela un’impresa più complessa di quanto si possa immaginare. Borgli, che firma anche la sceneggiatura, costruisce un’architettura narrativa volutamente ibrida: un film che si presenta con le sembianze di una commedia romantica — grazie anche al fascino indiscutibile dei due protagonisti, capaci di attrarre un pubblico potenzialmente vasto — per poi rivelarsi un’altro tipo di bestia. Un dramma psicologico, certo, ma anche un’analisi satirica che scivola verso territori più cupi, quasi un film d’autore travestito con gli abiti (e i budget) di un blockbuster sentimentale. Più difficile da incasellare di tante relazioni moderne, The Drama sembra suggerire che le definizioni, nel cinema come nella vita, siano spesso gabbie dalle quali conviene tenersi alla larga.
La maschera della perfezione prima del crollo
Il punto di partenza, narrativamente parlando, è un classico: Emma e Charlie sono a una manciata di giorni dal sì, immersi in quei rituali propiziatori che precedono la vita coniugale. Preparano il ballo nuziale, si circondano degli amici per ripercorrere le tappe della loro storia d’amore, si scambiano promesse. Tutto lascia intendere che la loro relazione, agli occhi di chi li osserva — e forse anche ai loro — sia più solida di una roccia. Eppure, è proprio in questo contesto di apparente armonia che Borgli innesta il suo dispositivo di destabilizzazione. Perché il vero motore del film non è il conflitto esterno, ma una rivelazione tanto intima da risultare inaccettabile: e se, a pochi giorni da un impegno eterno, emergesse dalla persona che ami il racconto di un’azione talmente intollerabile da modificare per sempre lo sguardo con cui la guardi?
Il regista trasforma questa domanda in una vera e propria trappola esistenziale. Non si tratta più di capire se l’amore possa resistere alle difficoltà quotidiane, ma di interrogarsi sulla sua tenuta di fronte a una verità che scardina l’immagine stessa dell’altro. La fiducia, quell’elemento quasi astratto su cui si fonda ogni rapporto, viene qui messa alla prova da un passato che riemerge con la forza di un macigno. Borgli, così, allarga il campo: la crisi della coppia diventa un pretesto per analizzare le maschere che indossiamo — quelle sociali, quelle richieste dal contesto performativo in cui viviamo — e l’illusione di poter veramente conoscere l’altro fino in fondo.
Un gioco di specchi tra satira sociale e introspezione
Non è un caso, forse, che il marketing abbia insistito tanto sulla segretezza. Perché se il segreto della trama è il vero protagonista, svelandolo prima della visione significherebbe privare lo spettatore di quella vertigine che è il vero obiettivo del regista. Le recensioni che arrivano dall’estero, quelle che hanno acceso il dibattito, lo fanno proprio sulla natura di questo dispositivo narrativo: The Drama non è semplicemente un film sull’amore, ma una denuncia — sociale e politica — che si inserisce perfettamente nel solco del cinema d’autore contemporaneo, quello capace di utilizzare il genere per parlare d’altro.
Zendaya e Pattinson, dal canto loro, si muovono con disinvoltura tra le pieghe di questa ambiguità. Lui, reduce da una carriera che l’ha visto spaziare dal teen movie all’horror psicologico fino all’action, trova nel ruolo di Charlie un nuovo territorio da esplorare: quello dell’uomo in bilico tra la vulnerabilità e la colpa. Lei, Emma, incarna la complessità di chi si trova a dover gestire l’impatto emotivo di una scoperta che riscrive il passato condiviso. La loro alchimia, già nota al pubblico, diventa qui lo strumento per rendere credibile un’intimità destinata a essere messa in crisi da un evento esterno, trasformando il loro volto noto in un veicolo di straniamento.
E poi c’è l’aspetto formale, suggerito da molti che hanno avuto modo di vedere la pellicola: la visione in lingua originale è quasi d’obbligo. Non solo per restituire le sfumature delle interpretazioni — fondamentali in un film giocato su sottigliezze e non detti — ma perché la recitazione stessa diventa parte del discorso sulla performance sociale. I dialoghi, così come le pause, costruiscono un ritmo che il doppiaggio rischierebbe di normalizzare.
Quando la forma diventa sostanza
Kristoffer Borgli, che ha già dimostrato in passato di saper mescolare con abilità il reale e il surreale, l’analisi sociale e la commedia nera, confeziona un’opera che sfida le aspettative. La durata di 105 minuti è quella tipica di una commedia di successo, eppure la sensazione è che il film viva in un altro tempo, più dilatato, quello del disagio e della riflessione. La scelta di affidare la distribuzione a I Wonder Pictures, storica etichetta del cinema indipendente, conferma la volontà di posizionare il film non come un semplice prodotto commerciale, ma come un’opera di nicchia che ha però l’ambizione di parlare a un pubblico più ampio.
La domanda che Borgli pone, quella sull’accettazione radicale di ciò che non si può accettare, risuona ben oltre lo schermo. In un’epoca in cui le relazioni sono spesso mediate dall’immagine che si decide di mostrare, The Drama smonta il meccanismo della conoscenza, suggerendo che l’intimità vera forse non consiste nel conoscere tutto dell’altro, ma nel confrontarsi con il limite di quella conoscenza. Il matrimonio, nella visione del regista, diventa così il campo di battaglia simbolico dove si gioca la partita tra la maschera sociale e il sé autentico, o meglio, tra i tanti sé che ognuno di noi custodisce.
Per lo spettatore che si recherà in sala dal primo aprile, il consiglio che arriva da più parti è uno solo: evitare accuratamente qualsiasi recensione che contenga quello che ormai viene definito “la madre di tutti gli spoiler”. Perché The Drama, al di là del suo cast stellare e della sua confezione patinata, è un film che vive interamente sull’effetto sorpresa, su quel cortocircuito emotivo che si innesca quando la finzione romantica cede il passo alla rivelazione inquietante. Un’operazione rischiosa, quella di Borgli, che potrebbe dividere il pubblico tra chi si aspetta una commedia e chi invece si trova davanti a un’analisi spietata delle nostre fragilità, ma che proprio per questo si candida a essere una delle pellicole più discusse di questa stagione.




