Migranti, anche l'Olanda rispedisce i "dublinanti" in Italia. Sono sei i Paesi contro Roma
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Dopo la Germania, la Svizzera, l'Austria, la Finlandia e la Svezia, anche i Paesi Bassi hanno deciso di attivare le procedure per il rinvio in Italia dei richiedenti asilo. Si tratta dei cosiddetti "dublinanti", ovvero quei migranti che, pur essendo approdati inizialmente sul territorio italiano, si sono successivamente spostati verso altre nazioni europee, più ricche, dove hanno presentato domanda di protezione internazionale.
L'annuncio dell'Olanda, che ha fatto sapere di voler rimandare indietro tutti coloro che sono arrivati nei propri centri di accoglienza a partire dal 12 giugno scorso, data di entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulla migrazione e l'asilo, porta a sei il numero degli Stati che hanno ufficialmente comunicato a Roma la loro intenzione di applicare in modo rigoroso il regolamento di Dublino.
Il meccanismo del regolamento di Dublino e il caso tedesco
Il meccanismo alla base di questa ondata di trasferimenti è il Regolamento di Dublino, che stabilisce che lo Stato membro responsabile dell'esame di una domanda di asilo è, di norma, il primo Paese di ingresso nell'Unione Europea. Per decenni, questa norma ha di fatto gravato in modo sproporzionato sulle nazioni del Mediterraneo, come l'Italia e la Grecia, costrette a gestire l'iter burocratico e l'accoglienza di migliaia di persone.
La novità degli ultimi giorni, tuttavia, risiede nella volontà politica espressa dai governi del Nord Europa di riapplicare questa regola in maniera stringente, invertendo la tendenza degli ultimi anni, durante la quale i trasferimenti erano spesso sospesi o disattesi a causa della saturazione dei sistemi di accoglienza italiani. Il caso pilota che ha aperto la strada è stato quello della Germania, che per prima ha proceduto al rinvio di tre migranti, scatenando un acceso dibattito politico e diplomatico tra Roma e Berlino.
La reazione del governo Meloni e il fronte dei sei Paesi
La decisione dei Paesi Bassi rappresenta l'ennesima tegola per l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che si trova ora a dover fronteggiare un fronte compatto di nazioni intenzionate a restituire al nostro Paese la responsabilità delle pratiche di asilo. Al di là della Germania e dell'Olanda, si sono mosse infatti anche Austria, Svizzera, Finlandia e Svezia, tutte accomunate dalla medesima interpretazione restrittiva del Patto Ue.
Il governo italiano, che ha più volte ribadito la necessità di una redistribuzione equa dei flussi migratori, si trova ora nella paradossale posizione di dover gestire il rientro di richiedenti asilo che, nella maggior parte dei casi, avevano già lasciato il territorio nazionale da mesi o anni. La portavoce dell'esecutivo olandese ha confermato la decisione, specificando che i trasferimenti riguarderanno esclusivamente i migranti giunti dopo la fatidica data di giugno, allineandosi così alle nuove disposizioni comunitarie.
Le frizioni diplomatiche e l'apertura alla Spagna
In questo clima di crescente tensione, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha tentato di gettare un ponte verso un altro Paese chiave del Mediterraneo, la Spagna, con la quale i rapporti erano recentemente entrati in una fase di forte crisi diplomatica. In un'intervista concessa all'Ansa, il titolare del Viminale ha definito la Spagna una nazione «sorella», auspicando un rapido superamento della sospensione degli accordi di Schengen che aveva di fatto bloccato la libera circolazione delle persone tra i due Stati.
Un'apertura, quella di Piantedosi, che cerca di compensare l'isolamento creatosi sul fronte nord, ma che al momento non sembra aver prodotto un immediato effetto sul clima politico generale. La Spagna, dal canto suo, sta affrontando una complessa gestione dei flussi migratori nelle isole Canarie e guarda con attenzione alle mosse dei Paesi del Nord, senza però aver ancora preso posizione ufficiale sulla partita dei trasferimenti dei dublinanti.
Le critiche delle opposizioni e il dibattito sul Patto Ue
Il fronte dei sei Paesi che chiedono il rientro in Italia dei migranti ha inevitabilmente acceso il dibattito politico interno. L'ex presidente del Consiglio e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha criticato duramente l'operato del governo, sottolineando come l'applicazione del regolamento di Dublino stia producendo un effetto contrario rispetto alle promesse di chiusura delle frontiere fatte in campagna elettorale.
Le parole di Conte mettono in luce la spaccatura esistente tra le forze politiche italiane riguardo alla gestione europea del fenomeno, con una maggioranza di centrodestra che difende il nuovo Patto Ue sulla migrazione, definendolo uno strumento fondamentale per regolamentare gli ingressi e rafforzare le frontiere esterne. Dall'altra parte, le opposizioni denunciano l'isolamento dell'Italia e l'incapacità del governo di negoziare una soluzione condivisa che alleggerisca il peso sul nostro sistema di accoglienza, già provato dalle continue ondate di sbarchi.
La situazione nei centri di accoglienza italiani
L'arrivo di questi migranti respinti, sebbene ancora da quantificare con precisione, rischia di aggravare ulteriormente la situazione dei centri di accoglienza italiani, molti dei quali operano al limite della capacità. Si tratta di persone che hanno già intrapreso un percorso burocratico nei Paesi del Nord e che, al loro rientro, dovranno essere re-inseriti nel sistema di protezione nazionale, con costi e tempistiche che al momento appaiono difficili da gestire.
Le organizzazioni umanitarie hanno sollevato più di un dubbio sulla sostenibilità di questa procedura, evidenziando come i trasferimenti forzati possano compromettere il diritto alla difesa e il corretto svolgimento delle pratiche di riconoscimento dello status di rifugiato. Il governo, tuttavia, ha assicurato che si procederà nel rispetto della normativa vigente e delle decisioni dei giudici, senza creare disparità di trattamento tra i vari richiedenti asilo.
Le implicazioni per il futuro della cooperazione europea
La scelta dell'Olanda e degli altri cinque Paesi di attivare i trasferimenti rappresenta un test cruciale per la tenuta del nuovo Patto Ue, fortemente voluto dalla Commissione Europea. Se da un lato la rigidità nell'applicazione delle regole potrebbe scoraggiare i cosiddetti "movimenti secondari" all'interno dell'area Schengen, dall'altro rischia di innescare un meccanismo di scarico di responsabilità che penalizza soprattutto i Paesi di primo approdo.
L'Italia, in questa fase, si trova a dover difendere la propria posizione in sede europea, cercando di ottenere garanzie su un sistema di solidarietà che preveda ricollocazioni obbligatorie e un equo riparto degli oneri tra tutti gli Stati membri. La partita, che si giocherà nei prossimi mesi nei tavoli di Bruxelles, è destinata a ridefinire gli equilibri interni all'Unione e a mettere a dura prova la capacità di mediazione del governo Meloni, chiamato a rispondere alle pressioni di un fronte settentrionale sempre più determinato a chiudere le proprie frontiere agli arrivi dal Mediterraneo.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
