Porta Napoletana, le pressioni a Terracina e i sequestri anti-camorra
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’operazione "Porta Napoletana", condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina sotto la regia della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, ha portato alla luce un articolato sistema di presunte infiltrazioni e pressioni nel comune di Terracina, un quadro in cui il tessuto economico locale e perfino le dinamiche amministrative sembrano essere state condizionate da logiche esterne. L’inchiesta, muovendosi tra i reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione e turbativa d’asta, delinea un clima in cui minacce e intimidazioni sono state utilizzate per piegare volontà e acquisire controllo. Una di queste, secondo quanto ricostruito dalle indagini, suonò come un cupo monito: "T’appicciam ‘o locale", una frase che, al di là della sua crudezza lessicale, sintetizza la modalità violenta e predatoria con cui si sarebbe tentato di imporre una presenza.
I sequestri e il nodo degli immobili
L’aspetto patrimoniale dell’indagine risulta di notevole entità, con una serie di sequestri preventivi che hanno colpito una ventina di unità immobiliari, un bed and breakfast e un intero complesso commerciale nel centro della città. Questo, la "Galleria Leila", sorta sulle ceneri dell’ex cinema Fontana lungo via Roma, ospitava sei esercizi commerciali, tutti sottoposti a sequestro in quanto intestati, secondo l’accusa, in modo fittizio a due donne indagate. Il giudice per le indagini preliminari, pur rigettando la richiesta di misura cautelare nei loro confronti in considerazione della loro incensuratezza, ha ritenuto fondato il pericolo di reiterazione dei reati, bloccando così quei beni ritenuti frutto o strumento dell’attività illecita. Una misura, questa, che colpisce direttamente la capacità economica del gruppo sotto inchiesta, il quale faceva capo, tra gli altri, a Cristofaro, Pasquale e Vincenzo Pariota insieme a Iolanda Iavarone, una famiglia di origini campane trasferitasi nel territorio pontino.
Le ombre sulla politica locale
Un capitolo particolare dell’inchiesta tocca da vicino la sfera amministrativa, coinvolgendo un esponente delle istituzioni locali. Si tratta del consigliere comunale Gavino De Gregorio, eletto nella lista civica a sostegno dell’attuale sindaco durante le amministrative del maggio 2023. Secondo gli investigatori, la sua corsa elettorale, propagandata con lo slogan "Mettersi in gioco per non rimanere spettatori", avrebbe beneficiato di un cosiddetto "aiutino". Questo sarebbe stato garantito attraverso la vicinanza con Eduardo Marano, indicato come esponente del clan camorristico Licciardi, al quale De Gregorio avrebbe chiesto, ottenendola, la promessa di assicurargli un consistente apporto di voti. Una ricostruzione che, se confermata, mostrerebbe come le tentacoli della pressione criminale cerchino di insinuarsi persino nel meccanismo della rappresentanza democratica, cercando di asservire a logiche di clan una figura pubblica.
La posizione dell’amministrazione
Di fronte agli sviluppi giudiziari, il sindaco di Terracina, Francesco Giannetti, è intervenuto con una nota ufficiale, ribadendo la fiducia nelle istituzioni che stanno portando avanti l’indagine. «Sono sempre convinto che la Magistratura e le Forze dell’Ordine agiscano nell’esclusivo interesse della collettività», ha dichiarato il primo cittadino, richiamando con nettezza un principio fondamentale dello Stato di diritto. Giannetti ha voluto sottolineare come «un capo d’imputazione non costituisca una condanna», ricordando che la presunzione di innocenza resta un diritto inviolabile di ogni cittadino fino alla sentenza definitiva. Una presa di posizione che, nel rispetto dei ruoli e delle garanzie processuali, si accompagna all’attesa degli esiti di un procedimento che ha già svelato intricate relazioni tra affari, illegalità e politica.




