Il casco con i ventisette volti e il pugno di ferro del Cio: Heraskevych escluso dalle Olimpiadi di Cortina
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Redazione Sport
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Il rombo secco dello scheletro che taglia il ghiaggio della pista Eugenio Monti, a Cortina, questa mattina non ha potuto contare sulla spinta di Vladyslav Heraskevych. Il ventisettenne portabandiera dell’Ucraina, quello stesso atleta che a Pechino 2022, quattro giorni prima dell’invasione su larga scala, aveva esposto un cartello con su scritto No war in Ukraine senza subire conseguenze, è stato formalmente estromesso dai Giochi di Milano-Cortina 2026. La giuria della Federazione Internazionale di Bob e Skeleton, la Ibsf, ha dichiarato il suo equipaggiamento – un casco integrale sul quale sono stampati i volti di ventisette atleti e allenatori ucraini uccisi dall’esercito russo – «non conforme al regolamento»; e il Comitato Olimpico Internazionale, con una nota diffusa un’ora prima del via della prima manche, gli ha revocato l’accreditamento -2-4.
Non si tratta, e lo ha tenuto a precisare la stessa organizzazione, di una squalifica per doping o per manipolazione delle competizioni, bensì dell’applicazione della cosiddetta Regola 50 della Carta olimpica, quella che vieta qualsiasi forma di «manifestazione» o «propaganda» politica nei siti di gara, durante le cerimonie e sul podio -1-6. Heraskevych, che da lunedì sera era stato messo al corrente del veto, ha continuato imperterrito a scendere lungo il tracciato ampezzano nelle sessioni di prova di martedì e mercoledì con quel casco che definisce della memoria; un oggetto che per lui, e per buona parte della delegazione ucraina, non rappresenta un attacco ad alcuna nazione bensì un omaggio funebre a ragazzi come il pattinatore Dmytro Sharpar, il biatleta Yevhen Malyshev o la sollevatrice di pesi Alina Perehudova, tutti parte, a vario Titolo, della famiglia olimpica e tutti caduti sotto i bombardamenti -1-10.
Il Cio, attraverso la portavoce e soprattutto grazie all’intervento diretto della sua nuova presidente Kirsty Coventry – la prima donna a ricoprire questa carica, eletta nella primavera del 2025 – ha tentato fino all’ultimo minuto una mediazione -5-7. Coventry, ex nuotatrice zimbabwese con sette medaglie olimpiche alle spalle, ha aspettato Heraskevych in cima alla pista alle otto e un quarto di questa mattina, l’ha preso in disparte per un colloquio riservato durato pochi, intensi minuti e gli ha riproposto la soluzione già ventilata nei giorni precedenti: gareggiare con una semplice fascia nera al braccio, simbolo di lutto inequivocabile ma ritenuto, dal Comitato, più discreto e meno «dirompente» rispetto alla rappresentazione iconografica dei caduti -4-10. Il rifiuto è stato categorico. «Non rinuncio al mio casco», aveva dichiarato Heraskevych alla vigilia, «racconta storie di chi non ha potuto essere qui» -10.
L’essenza del caso e il luogo dell’espressione
La posizione dell’ente presieduto da Coventry, espressa senza ambiguità dal portavoce Mark Adams nel briefing quotidiano, è che il problema non risieda nel contenuto del messaggio – sulla cui legittimità morale, a più riprese, hanno evitato di esprimere giudizi – bensì nel «dove» l’atleta intenda veicolarlo -2-4. Le linee guida sull’athlete expression, aggiornate nel dicembre 2024 proprio in vista dei Giochi invernali italiani, stabiliscono infatti che gli atleti possono manifestare liberamente il proprio pensiero nelle aree miste, nelle conferenze stampa, sui propri profili social e in tutti gli spazi adiacenti alla competizione; ma il campo di gara, la pista, la linea di partenza e il podio devono rimanere rigorosamente neutrali, al riparo da bandiere, striscioni o, in questo caso, caschi dipinti -8. «Vogliamo davvero che gareggi, vogliamo che abbia il suo momento», ha ripetuto Adams mercoledì, sottolineando come la squalifica non sia stata una scelta affrettata ma l’esito di ripetuti incontri, di una richiesta formale del Comitato olimpico ucraino prontamente respinta e dell’offerta, considerata «ragionevole e rispettosa», della fascia nera -6-9.
Heraskevych, dal canto suo, ha definito l’intera vicenda «una sorta di circo» e ha annunciato, a caldo e con il provvedimento di esclusione ancora stretto in mano, l’intenzione di adire le vie legali: il ricorso al Tas di Losanna, il Tribunale Arbitrale dello Sport, sembra ormai una certezza -1-9. L’atleta contesta non solo la disparità di trattamento rispetto ad altri gesti compiuti in questi stessi Giochi da rappresentanti di altre nazionalità, ma anche l’interpretazione estensiva della Regola 50, che a suo dire nulla avrebbe a che fare con il ricordo silenzioso e non offensivo di ventisette cittadini uccisi in un conflitto armato -2. Tra i volti immortalati sulla calotta in carbonio, ha spiegato in un’intervista all’Afp, ce ne sono alcuni di amici personali, coetanei con cui condivideva la camera nei ritiri o incrociava lo sguardo nelle gare di Coppa del Mondo; e il fatto che non possano essere onorati proprio nel tempio laico dello sport, le Olimpiadi, gli appare come un tradimento dei valori stessi che il movimento olimpico dice di incarnare -1.
Il peso del precedente e l’addio alla pista
L’ombra di Pechino 2022 ha aleggiato per tutta la durata della trattativa. Quattro anni fa, Heraskevych mostrò quel cartello in favore della pace al termine della sua gara e il Cio, allora guidato da Thomas Bach, archiviò la questione interpretando il gesto come un generico appello alla pacifica convivenza e non come una violazione del regolamento -4-10. Oggi, in un contesto geopolitico radicalmente mutato e con l’Ucraina che combatte una guerra di difesa ormai prossima ai quattro anni, la linea è diventata molto più rigida. Coventry, visibilmente commossa e con le lacrime agli occhi quando ha incontrato i cronisti dopo il faccia a faccia con l’atleta, ha ribadito che «nessuno mette in discussione il messaggio di memoria», ma che le regole sono uguali per tutti e che una loro flessibilizzazione, in questa fase, aprirebbe scenari ingestibili per la giuria e per le altre federazioni -4-10.
Per lo skeleton ucraino, che sulla pista di Cortina era partito con ambizioni di medaglia – era reduce da ottimi piazzamenti in Coppa del Mondo e veniva considerato tra i favoriti per il podio – l’esclusione ha il sapore amaro di un’ingiustizia che non potrà più essere riparata in pista -4-10. Ha parlato di «vuoto», di «cuore spezzato», ha ringraziato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per il sostegno pubblico e ha lasciato la struttura olimpica a testa alta, con il casco ancora sottobraccio -1-9-10. La sua Olimpiade, di fatto, si è conclusa prima ancora di cominciare, sotto lo sguardo impotente della delegazione gialloblu e nel silenzio carico di significato di una pista che, per una mattina, ha perso uno dei suoi protagonisti più attesi.




