Paolo Simoncelli e i quindici anni senza Marco: la rabbia, il Papa e il sogno di Valentino Rossi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sono passati quindici anni dal 23 ottobre 2011, il giorno in cui Marco Simoncelli perse la vita sul circuito di Sepang, in Malesia, durante il Gran Premio della Malesia. Il pilota romagnolo, conosciuto da tutti come Sic, aveva 24 anni e correva con la Honda del team Gresini. In quel pomeriggio, la sua moto scivolò alla curva 11 e finì nella traiettoria di Colin Edwards e Valentino Rossi, che non poterono evitare l'impatto.

Paolo Simoncelli, padre di Marco, ha raccontato a Fanpage cosa significhi convivere con quella perdita, tra una rabbia che non si è mai spenta e la consapevolezza che suo figlio se n'è andato facendo ciò che amava di più al mondo.

La rabbia verso Dio e l'incontro con Papa Francesco

Paolo Simoncelli non ha mai nascosto i suoi sentimenti, nemmeno i più scomodi. In più di un'occasione ha parlato della collera che prova nei confronti di Dio per la morte del figlio, una collera che ha avuto modo di esprimere anche a Papa Francesco. Durante un incontro con il pontefice, secondo il racconto dello stesso Simoncelli, gli prese il crocifisso dalle mani e gli disse: «Sono incazzato con il tuo capo». La reazione di Bergoglio, sempre stando alle parole del padre di Marco, fu di comprensione: gli rispose che aveva ragione.

Con il tempo, a quella rabbia si è affiancata una riflessione più ampia sulla sofferenza. Simoncelli ha spiegato che vedere altre persone, altri genitori, affrontare dolori ancora più grandi lo ha portato a una considerazione che definisce quasi paradossale: «Ti accorgi che la morte non è il peggio». A chi gli dice che è forte, risponde che i veri forti sono i genitori dei ragazzi che stanno male ogni giorno, quelli che lui definisce «santi», al cui confronto sente di non essere nessuno.

Il legame con Valentino Rossi e il sogno ricorrente

Tra i rapporti che Paolo Simoncelli ha continuato a coltivare negli anni c'è quello con Valentino Rossi, amico fraterno di Marco ai tempi delle corse. I due si sentono, si vedono ogni tanto, si abbracciano e si raccontano aneddoti sul Sic. È proprio in uno di questi incontri che Rossi gli ha confidato di sognare Marco ogni tanto. «Capita anche a me, è una cosa normale», ha commentato Simoncelli, sottolineando come il ricordo del figlio resti vivo anche attraverso questi episodi.

Nel racconto del padre c'è anche il riconoscimento di quanto sia stato difficile per Rossi affrontare quella tragedia, per come è avvenuta e per il coinvolgimento diretto nell'incidente. Simoncelli parla di «coincidenze incredibili» e di una vita che a volte prende strade incomprensibili, ma tiene a precisare che il rapporto tra Marco e Valentino era solido, fatto di stima e di momenti condivisi alla Cava, dove il giovane pilota aveva imparato tantissimo dall'esperienza del campione di Tavullia.

La SIC58 e la scelta di non lasciare le corse

Dopo la morte di Marco, Paolo Simoncelli non ha abbandonato il mondo del motociclismo. Nel 2013 ha fondato la SIC58 Squadra Corse, un team che milita in Moto3 e che porta nel nome il soprannome e il numero di gara del figlio. È stata, per sua stessa ammissione, una forma di salvezza: «Questo lavoro è stata la mia salvezza. Mi ha aiutato ad andare avanti e ad essere incazzato sempre», ha dichiarato. La squadra è diventata anche un modo per tenere vivo il ricordo di Marco, coinvolgendo amici e colleghi che continuano a sostenere la Fondazione a lui intitolata.

Il ritorno a Sepang, la prima volta dopo l'incidente, è stato un passaggio doloroso. Simoncelli ha raccontato che si sono riaffacciati tanti ricordi e che sul circuito c'è una targa piantata da alcuni fotografi, davanti alla quale la famiglia si reca ogni anno. A sostenere lui e la moglie, in questi quindici anni, ci sono state la figlia più piccola Martina e Kate, la fidanzata di Marco, presenze che hanno aiutato a reggere il peso di una assenza che non si colma.

Il consiglio a Bagnaia e il chiarimento dopo le polemiche

Paolo Simoncelli è tornato recentemente anche sulle dichiarazioni che aveva fatto su Pecco Bagnaia, pilotа Ducati in una stagione complicata. Le sue parole, pronunciate in un contesto diverso, avevano suscitato qualche polemica. Simoncelli ha voluto chiarire di voler bene a Bagnaia e di non aver mai avuto l'intenzione di attaccarlo. Il senso del suo consiglio, ha spiegato, era un altro: nei momenti brutti conviene stare zitti e fare finta di niente, «sbattersene i coglioni, in poche parole».

Un consiglio che nasce dall'esperienza personale, da quello che ha vissuto con Marco e da ciò che ha imparato sul dolore e sulla pressione. Simoncelli ha precisato che non c'era alcun intento polemico nelle sue parole, solo il tentativo di offrire una prospettiva a chi si trova ad affrontare una fase difficile della carriera. La sua attenzione, del resto, è sempre rimasta rivolta al ricordo di Marco e a quel «grande miracolo» che, secondo lui, il figlio continua a compiere: mettere d'accordo persone che su tutto il resto non lo sono mai.

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