L’algoritmo come imputato: la condanna a Meta e Google e quel vuoto di responsabilità degli utenti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Superior Court di Los Angeles, con una pronuncia destinata a scorrere nei manuali di diritto digitale anche al di fuori dei confini californiani, ha condannato Meta e Google a risarcire una ventenne che, fin dall’infanzia – e qui sta il nodo giuridico più spinoso – avrebbe sviluppato una dipendenza patologica da YouTube e Instagram. La sentenza, però, lungi dal chiarire il perimetro delle responsabilità delle piattaforme, finisce per sollevare un interrogativo di fondo ben più scomodo: se gli algoritmi sono stati progettati per “indurre dipendenza”, come sostiene il giudice, allora dove si ferma la libertà individuale e dove comincia la tutela giudiziaria? Nel merito, i giudici hanno ritenuto provato che i due colossi tecnologici abbiano deliberatamente strutturato i propri servizi per massimizzare il tempo di permanenza sullo schermo, sfruttando meccanismi psicologici noti – come la ricompensa variabile – per innescare comportamenti compulsivi. Di conseguenza, la piattaforma non è più un semplice strumento neutro, ma un attore attivo nella catena causale del danno. Eppure, proprio questa conclusione, a ben vedere, rafforza un paradigma inquietante: l’utente non è responsabile delle proprie scelte. Un’assoluzione morale, più che giuridica, che rischia di trasformare ogni interazione quotidiana con uno smartphone in un potenziale Titolo di risarcimento.

Il caso KGM e le contraddizioni di una “dipendenza” certificata in aula

La causa, promossa da “KGM” – sigla che protegge l’identità della ricorrente – si fonda sulla cosiddetta internet addiction disorder, una condizione riconosciuta da alcune scuole psicologiche ma ancora oggetto di dibattito nei manuali diagnostici ufficiali. Secondo la ricostruzione accolta in primo grado, la giovane avrebbe manifestato segni di astinenza, calo del rendimento scolastico e isolamento sociale direttamente correlati all’uso compulsivo delle piattaforme, con un’esposizione iniziata già in età prepuberale. La Corte ha dunque applicato un ragionamento per certi versi innovativo: non si è limitata a constatare l’esistenza di un danno, ma ha riconosciuto una precisa responsabilità progettuale. In altre parole, se l’algoritmo è costruito per tenerti incollato allo schermo, e tu resti incollato, il progettista risponde del tuo restare. Il rovescio della medaglia, però, è altrettanto evidente: una volta che la legge stabilisce che qualcuno può essere indotto contro la propria volontà, allora ogni clic diventa sospetto. Nessuna norma, allo stato, fissa una soglia quantitativa oltre la quale si scade nella patologia, né distingue tra uso problematico e semplice abitudine. E così la sentenza, lungi dal rappresentare un traguardo per i diritti degli utenti, assomiglia piuttosto a una scatola nera piena di interrogativi ancora aperti.

Dalla California all’Italia: la proposta Pd contro la “dipendenza algoritmica”

Proprio nel vuoto lasciato dalla pronuncia americana, s’inserisce la recente iniziativa legislativa del Partito democratico al Senato. I senatori Antonio Nicita e Lorenzo Basso hanno depositato un disegno di legge che mira a introdurre nell’ordinamento italiano due nuovi concetti: la “dipendenza algoritmica” e l’“influenza algoritmica”, qualificandole come pratiche vietate al ricorrere di determinate condizioni. L’obiettivo dichiarato – rafforzare la responsabilità dei vertici delle grandi piattaforme digitali e dei sistemi di intelligenza artificiale – si muove nel quadro delle norme europee già esistenti, a partire dal DSA (Digital Services Act). Il testo, ancora in fase di esame, non si limita a richiamare i pericoli dell’iperconnessione, ma cerca di tradurre in divieti operativi quello che a Los Angeles è stato un principio generale: non si può progettare un servizio digitale sapendo che genererà comportamenti compulsivi. E tuttavia, anche in questo caso, la sfida rimane quella della prova. Come si dimostra che un algoritmo non si limita a suggerire, ma costringe? E chi decide dove finisce la preferenza personale e inizia la manipolazione?

Smartphone, nativi digitali e il peso di una responsabilità senza confini

La sentenza di Los Angeles, inevitabilmente, finisce per avere un impatto simbolico ancora più forte sul terreno dei minori e dei cosiddetti nativi digitali – quella generazione cresciuta con un dispositivo sempre a portata di mano. Proprio perché l’esposizione inizia prestissimo, spesso prima ancora che si sviluppi un pensiero critico autonomo, il confine tra abitudine e dipendenza diventa labile. La Corte californiana ha scelto di dare più peso alla responsabilità del progettista che a quella del fruitore, invertendo di fatto l’onere della prova. Non è più l’utente a dover dimostrare di essere stato raggirato, ma l’azienda a dover provare di non aver costruito una trappola comportamentale. Un cambio di paradigma che, se confermato in appello – e qui non si fanno previsioni –, potrebbe aprire le porte a una valanga di cause risarcitorie. Intanto, però, restano sul tavolo questioni irrisolte: la sentenza non fornisce alcun criterio per distinguere un adolescente che passa troppo tempo sul telefono da un soggetto clinicamente dipendente, né indica parametri oggettivi per misurare l’intenzionalità del progettista. Così, tra un’aula di tribunale a Los Angeles e le commissioni parlamentari di Palazzo Madama, il dibattito sulla “dipendenza digitale” procede a colpi di principi generali, mentre i fatti concreti – quelli di cronaca, le vite segnate da un uso smodato degli schermi – restano in attesa di risposte che, per ora, nessuna legge né sentenza sembra in grado di offrire.

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