Fusione Mps-Banco Bpm, la trattativa per il terzo polo bancario entra nel vivo: le ultimissime
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Redazione Economia
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Il risiko del credito italiano sta per entrare in una fase calda, con le sorti di Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM che potrebbero intrecciarsi in un'operazione destinata a ridisegnare la geografia del potere finanziario nazionale. Dopo le avances di Intesa Sanpaolo, che ha messo sul piatto un'offerta pubblica di scambio da 35 miliardi di euro, i due istituti starebbero lavorando a una fusione paritetica che rappresenterebbe l'alternativa più credibile per preservare l'identità e l'indipendenza del Monte, evitando lo smembramento paventato da molti osservatori.
Secondo le indiscrezioni riportate da Bloomberg e dalla stampa economica, gli advisor delle due banche sono al lavoro per definire i dettagli di una struttura complessa che prevede un mix di azioni e una componente cash, con gli azionisti che manterrebbero una proprietà sostanzialmente in linea con le attuali valutazioni di mercato.
Un aspetto centrale di questa ipotesi, che richiederà diverse settimane di lavoro per essere messa a punto, riguarda la distribuzione di un dividendo straordinario agli investitori di Mps prima del perfezionamento dell'aggregazione, una mossa che servirebbe a rendere più appetibile l'operazione rispetto a quanto già prospettato da Carlo Messina.
L’offerta di Intesa e lo scoglio dell’Antitrust
Sullo sfondo della trattativa che coinvolge i vertici di Siena e Milano, l'ombra dell'offerta di Intesa Sanpaolo rimane il principale elemento di pressione, con il gruppo guidato da Carlo Messina che ha già fatto sapere di non avere alcuna intenzione di rilanciare il proprio prezzo, ritenendo la valutazione proposta come quella giusta.
L'offerta, che prevede un concambio di 16 azioni Intesa ogni 10 azioni MPS più un euro in contanti per ogni titolo, è stata giudicata insufficiente dal consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni, che ha invece manifestato un interesse più marcato verso l'ipotesi di fusione con Banco Bpm, definendola meritevole di "una valutazione completa e rigorosa".
Il consiglio di amministrazione di Mps si trova così a dover soppesare due strade potenzialmente molto diverse tra loro: da un lato l'offerta di Intesa, che in caso di successo comporterebbe la cessione di una parte consistente della rete di filiali di Mps a Unipol per poi essere integrata in Bper Banca, e dall'altro l'aggregazione con Banco Bpm, che darebbe vita a un terzo grande polo bancario in grado di competere con i due colossi del settore.
Qualunque strada verrà intrapresa, il nodo dell'Antitrust sarà inevitabilmente uno dei passaggi più complessi da gestire, poiché sia in caso di successo di Intesa sia in caso di fusione tra Mps e Banco Bpm, la creazione di un soggetto di dimensioni così ragguardevoli potrebbe richiedere la cessione di alcuni sportelli per garantire un adeguato livello di concorrenza sul mercato.
Il ruolo di Generali e la strategia di Lovaglio
La partita che si sta giocando attorno al futuro di Mps e Banco Bpm è strettamente collegata alla compagine azionaria di Generali, e l'amministratore delegato del Monte, Luigi Lovaglio, starebbe valutando la possibilità di cedere il 13,3% detenuto nella compagnia assicurativa attraverso Mediobanca per finanziare un dividendo straordinario da destinare agli azionisti prima della fusione.
Questa mossa, che si inserirebbe in una strategia più ampia per aumentare l'attrattività dell'aggregazione con Banco Bpm, potrebbe vedere come acquirenti della quota proprio Francesco Gaetano Caltagirone, già secondo azionista di Mps e della stessa Generali, oppure UniCredit, che dopo il recente ingresso al controllo di Commerzbank si è ritagliata un ruolo di primo piano anche nel Leone di Trieste con l'8,8%.
La decisione di Lovaglio dovrà però fare i conti con i vincoli normativi, in primis la cosiddetta passivity rule che limita le iniziative difensive durante un'offerta pubblica di acquisto, e con la necessità di ottenere il via libera dall'assemblea straordinaria dei soci, dove il peso di Delfin, Caltagirone e dello stesso Ministero dell'Economia e delle Finanze sarà determinante.
La posta in gioco è altissima, non solo per il futuro del Monte dei Paschi, ma anche per la stessa Generali, che dopo l'offerta di Intesa Sanpaolo su Mps potrebbe vedere modificato in modo sostanziale il proprio azionariato, con il gruppo di Carlo Messina che potrebbe arrivare a detenere oltre il 16% del capitale della compagnia.
La complessità dell’operazione e i numeri in gioco
La complessità della fusione tra Mps e Banco Bpm, un'operazione che i più informati definiscono un vero e proprio "merger of equals", risiede principalmente nella necessità di bilanciare gli interessi di azionisti con storie e obiettivi molto diversi tra loro.
Da un lato c'è l'influenza di Crédit Agricole, primo azionista di Banco Bpm con una quota che si attesta intorno al 20% e che potrebbe rappresentare un elemento di forte attrazione per i francesi verso il Leone di Trieste, e dall'altro lato ci sono soci storici del Monte come la holding Delfin della famiglia Del Vecchio e Caltagirone, che hanno già dimostrato di voler giocare un ruolo attivo nella definizione degli equilibri del gruppo.
La creazione del terzo polo bancario italiano, che secondo le stime di Banco Bpm avrebbe una capitalizzazione di mercato superiore a 50 miliardi di euro e genererebbe sinergie annuali ante imposte superiori a 1,1 miliardi di euro, richiederà anche un attento esame da parte delle autorità di vigilanza, con il Ministero dell'Economia che ha dichiarato di voler mantenere una posizione di neutralità, valutando la destinazione della propria quota del 4,8% in base alla convenienza delle due alternative.
Il mercato, intanto, osserva e fa i conti: se da un lato l'offerta di Intesa Sanpaolo attribuisce a Mps un valore di 30,6 miliardi, dall'altro il titolo del Monte è salito da 8,9 euro dell'8 giugno a oltre 11,5 euro, a testimonianza di come gli investitori guardino con favore a un'operazione che potrebbe restituire a Siena un ruolo da protagonista nel sistema bancario italiano, lontano dagli anni del famoso "groviglio armonioso" che avevano segnato il destino della banca più antica del mondo.
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