L'Appennino tosco-romagnolo non è più "montagna": pochi comuni resistono alla nuova classificazione
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Redazione Interno
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L’identità geografica e amministrativa di una vasta porzione dell’Appennino è stata rimessa in discussione dai nuovi criteri di classificazione dei comuni montani, introdotti dalla recente normativa statale, che ha operato un drastico ridisegno della cosiddetta “montanità”. Una ridefinizione che, applicando parametri rigidi e diversi dal passato, ha prodotto una contrazione senza precedenti nel numero dei centri considerati montani, con ripercussioni immediate – e non solo simboliche – sulla vita e sull’accesso ai fondi di intere collettività. La legge, varata lo scorso settembre, non si è limitata a tracciare linee su una cartina, ma ha di fatto riscritto la storia istituzionale di territori da sempre percepiti e vissuti come alpestri, generando una reazione a catena di proteste e richieste di rivedere le misure adottate.
Una mappa che si restringe: la Romagna perde pezzi
In Emilia-Romagna, regione che si è espressa con particolare tempestività sul tema, gli effetti sono apparsi immediatamente eclatanti: l’elenco dei comuni montani, secondo le prime valutazioni, subirebbe un taglio di oltre il quaranta per cento, passando da centoventuno a settantuno realtà. Nella Romagna appenninica, in particolare, la nuova mappa si è rivelata spietata: resistono appena sei comuni nella provincia di Forlì-Cesena e soltanto quattro in quella di Rimini, mentre la provincia di Ravenna scompare completamente dalla classificazione. Quest’ultima perderebbe infatti tutti e tre i suoi comuni finora considerati montani, i cui nomi – Casola Valsenio, Brisighella e Riolo Terme – sono tragicamente entrati nel lessico comune nazionale per le frane e le criticità idrogeologiche emerse con le alluvioni che hanno martoriato il territorio a partire dal maggio 2023. La loro esclusione, oltre agli aspetti economici, solleva interrogativi sulla coerenza di criteri che sembrano non tenere conto della reale fragilità e conformazione di aree interne.
Il congelamento del decreto e il confronto in corso
Di fronte a simili prospettive, il percorso del decreto attuativo ha subito una brusca frenata: la Conferenza delle regioni, non avendo raggiunto l’unanimità necessaria, ha chiesto al governo un rinvio per ulteriori approfondimenti, ottenendo di fatto il congelamento temporaneo del provvedimento. La palla è così tornata nel campo dell’esecutivo, con un confronto diretto annunciato tra il ministro competente e i rappresentanti regionali, fissato proprio per la prossima settimana, nel tentativo di pervenire a una versione più condivisa delle norme. Una pausa di riflessione che dimostra quanto la questione sia delicata e carica di conseguenze pratiche, toccando nervi scoperti in territori già spesso alle prese con lo spopolamento e la carenza di servizi.
Le proteste si allargano dal Nord al Sud
Le perplessità, del resto, non rimangono confinate al solo versante tosco-romagnolo, ma si diffondono lungo tutta la Penisola, assumendo toni simili in regioni morfologicamente molto diverse. Da sud, ad esempio, Anci Puglia ha espresso forte preoccupazione, giudicando i criteri in discussione non rispondenti alle condizioni reali dei territori e chiedendo con urgenza una loro revisione attraverso un formale appello alle istituzioni nazionali. Allo stesso modo, al centro, la Città Metropolitana di Firenze ha mosso critiche severe, sostenendo attraverso la voce dei suoi delegati che i parametri annunciati “disperdono l’equilibrio del territorio” ed estromettono ingiustamente comuni che fisiologicamente appartengono alla dimensione montana. Una convergenza di dissensi che segnala come la ridefinizione tecnica rischi di generare, suo malgrado, una frattura tra la percezione storica e sociale dei luoghi e la loro nuova etichetta amministrativa.




