Il generale Masiello all’Accademia di Modena: «I tempi che viviamo ci parlano chiaro, dobbiamo prepararci all’imponderabile»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Duecentocinquantaquattro giovani – di cui duecentotrentasei italiani e diciotto stranieri, quarantaquattro dei quali donne – hanno varcato la soglia del cortile d’onore del Palazzo Ducale per suggellare il loro impegno verso la Repubblica. La cerimonia di giuramento del 207esimo corso “Fermezza” dell’Accademia Militare di Modena, tenutasi alla presenza del ministro della Difesa Guido Crosetto e dei vertici delle Forze Armate, si è caricata di significati che travalicano la solennità del singolo evento per proiettarsi sullo scenario globale. Il comandante di stato maggiore dell’Esercito, generale Carmine Masiello, nel suo discorso ai cadetti non ha usato giri di parole: «I tempi che viviamo ci parlano chiaro, non possiamo ignorarli – ha scandito dinanzi alle autorità schierate, tra cui il generale Luciano Portolano, comandante di Stato maggiore della Difesa, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Salvatore Luongo e il comandante dell’Accademia Stefano Messina –. Dobbiamo prepararci anche all’imponderabile, sperando che non arrivi mai». Parole che riecheggiano in un’Italia dove, secondo recenti analisi, la coscienza difensiva appare offuscata. Del resto, Masiello stesso aveva denunciato solo poche settimane fa lo stupore per il diniego opposto dall’Università di Bologna a un corso di filosofia richiesto per i cadetti di Modena, un episodio che il generale aveva definito sintomatico della distanza crescente tra opinione pubblica e mondo militare.

Il percorso che ha condotto questi duecentocinquantaquattro allievi a pronunciare la formula di rito – impegnandosi «a essere fedeli alla Repubblica Italiana, osservare la Costituzione e le leggi, e adempiere con disciplina e onore ai doveri per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni» – è costellato di sacrifici e di scelte radicali. Tra loro, provenienze che disegnano una geografia variegata dell’Italia: nove giovani umbri, dei quali due destinati all’Arma dei carabinieri e sette all’Esercito, con città di origine che spaziano da Perugia a Spoleto, da Foligno a Terni; due molisani, Francesco Abbruzzese di Agnone e Matteo Di Iorio di Mirabello Sannitico, che hanno lasciato le loro case per abbracciare una disciplina ferrea; nove piemontesi, tra cui una diciannovenne di Camburzano, Giulia Ricceri, prima biellese a partecipare a una simile cerimonia. E poi Lorenzo De Pasquale, di Novate, e Giovanni Rulfi, di Codogno, due milanesi che al Corriere della Sera hanno raccontato come la nostalgia della famiglia, quel sentimento che ti assale nelle sere più lunghe, venga superata proprio dalla fratellanza che si costruisce condividendo fatiche e camerate.

Volti e storie del 207esimo corso “Fermezza”

Maria Giulia Bolognini, ventun anni, nata a Padova ma residente a Modena da oltre un decennio, frequenta il Corso di Laurea in Scienze Strategiche e dal prossimo anno accademico virerà sugli studi ingegneristici. Per lei, come per i colleghi, il giuramento rappresenta un sigillo personale oltre che istituzionale. «Un momento di grande orgoglio», lo ha definito, mentre nel cortile d’onore il ministro Crosetto passava in rassegna i duecentocinquantaquattro allievi ora promossi sottotenenti. Accanto ai cadetti italiani, la presenza di diciotto stranieri testimonia il respiro internazionale dell’istituto fondato nel 1678, il più antico istituto di formazione militare al mondo, oggi polo universitario che sforna ufficiali destinati sia all’Esercito che all’Arma. Tra le storie che emergono, quella di Mathias Marzi, diciannovenne di Spello, che ha frequentato la Scuola Militare Nunziatella prima di approdare a Modena, e quella di Alessandro Cordiali, ventun anni di Foligno: entrambi hanno superato un concorso decennale, fatto di mesi di selezione e di un tirocinio iniziato a settembre, per poi affrontare da ottobre il doppio binario dello studio universitario e della formazione militare, tra sport e attività specifiche.

Un esercito di ragazzi tra scienza e tradizione

Non solo armi tradizionali. Tra gli allievi figurano anche futuri ufficiali del degli ingegneri, del Corpo sanitario, e chi, come Veronica Fandauzzi, ternana, prima di entrare in Accademia studiava biotecnologie all’Università di Perugia. Le loro giornate si snodano tra lezioni, attività fisica e l’apprendimento di quei codici comportamentali che il colonnello Pasquale Spanò, durante la cerimonia di consegna dello spadino avvenuta a febbraio per altri corsi, aveva riassunto nell’idea che lo spadino «rappresenta l’emblema della vostra nuova identità e racchiude i valori e le tradizioni che costituiscono il patrimonio spirituale di tutti gli Ufficiali». I giovani del corso “Fermezza” hanno ora assunto quel patrimonio in eredità, diventando a tutti gli effetti parte di quella schiera unita – una acies, recita il motto dell’Accademia – che Masiello richiama quando parla di preparazione all’imponderabile.

Il peso delle parole e lo scenario internazionale

Mentre gli allievi lasciavano il cortile d’onore tra gli applausi dei familiari giunti da ogni regione, le parole del capo di stato maggiore continuavano a riverberare in un contesto politico mutato. Con il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, gli equilibri internazionali impongono una riflessione ulteriore sul ruolo della difesa europea, e l’Italia non fa eccezione. La cerimonia modenese si è così caricata di una valenza che va oltre il rito: è stata la messa in scena di una risposta, concreta e visibile, a chi quella cultura della difesa la mette in discussione, come i collettivi che contestano la presenza militare negli atenei o come certa retorica che, secondo analisi recenti, dissolve la coscienza nazionale. I duecentocinquantaquattro sottotenenti, con i loro volti giovani e le loro divise nuove, rappresentano ora la prima linea di una sfida che è culturale prima ancora che strategica.

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