Marotta lancia la sfida: “Malagò è il migliore, ma il calcio è malato e serve una cura”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sono giorni convulsi, quelli che precedono la lunga corsa verso la poltrona di presidente della Figc, e la voce di Beppe Marotta – forse l’uomo più influente del nostro calcio in questo momento – si leva alta per tracciare una linea netta tra l’emergenza immediata e le necessità strutturali. L’assemblea della Lega di Serie A, riunitasi nella sede milanese di via Rosellini, ha ufficialmente cucito addosso a Giovanni Malagò – ex numero uno del Coni e attuale presidente della Fondazione Milano Cortina 2026 – la candidatura ufficiale della massima serie. Eppure, nell’approvare questa scelta (18 voti su 20, con le sole Lazio e Verona a non aver firmato il documento), il presidente dell’Inter non ha potuto fare a meno di aprire una finestra su uno scenario più cupo, quasi a voler giustificare un’operazione che sa più di argine che di rinascita. “Malagò è uno dei dirigenti migliori degli ultimi anni – ha dichiarato Marotta – soprattutto perché è l’espressione di 20 club, di 20 società e di 20 presidenti. Questo è consenso”. Un consenso, però, che arriva mentre il dirigente stesso ammette che “il calcio è malato e serve una cura”, un’ammissione che suona come un’autodenuncia di un sistema che cerca un leader più per disperazione che per entusiasmo.

La candidatura blindata e il peso dei numeri

La macchina del consenso si è mossa rapidamente, quasi in sordina rispetto alla portata storica del momento: Malagò, 67 anni, raccoglie l’eredità pesantissima lasciata da Gabriele Gravina dopo l’ennesima débâcle della Nazionale. A sostenerlo in questa discesa in campo ci sono diciotto società, un dato che supera di gran lunga la maggioranza necessaria e che, come noto, rappresenta solo il primo atto di una partita ben più complessa. Perché se da un lato la Serie A pesa per il 18% dei voti totali in assemblea, dall’altro il vero ago della bilancia – almeno per ora – sembra essere la Lega Dilettanti, forte di un 34% di preferenze che potrebbe ribaltare qualsiasi pronostico. Le manovre, in queste ore, sono febbrili: Marotta, che secondo ricostruzioni ben informate avrebbe smosso le acque per convincere anche i club più riottosi (dalla Juventus al Milan, passando per l’Udinese), ha chiarito che il suo sostegno a Malagò non è fine a se stesso. “Lui – ha spiegato – è l’espressione di un’unità trovata nel peggiore dei momenti, quello della delusione della Nazionale che rappresenta un patrimonio sociale”. Una frase, quest’ultima, che sottolinea come la candidatura dell’ex presidente del Coni voglia essere un simbolo di nobiltà istituzionale in un mare di macerie sportive.

L’opposizione silenziosa e le crepe nel fronte

Nonostante l’abbraccio caloroso della Lega, il fronte non è però del tutto compatto, e le crepe sono visibili anche a occhio nudo. La Lazio e il Verona, sebbene non abbiano votato contro la candidatura (non si è tenuta alcuna votazione formale), hanno scelto la via dell’astensione, rifiutandosi di sottoscrivere il nome di Malagò. Un gesto che, nel linguaggio silenzioso dei corridoi del potere, equivale a una dichiarazione di guerra fredda. In particolare, la posizione del presidente laziale Claudio Lotito – che già in passato si era trovato su fronti opposti rispetto a certe nomine – rappresenta la spia di un malcontento politico che potrebbe trovare presto un candidato alternativo. E, guarda caso, nelle stesse ore in cui Milano incoronava Malagò, da Roma arrivava la controffensiva di Giancarlo Abete. Il 75enne attuale numero uno della Lega Dilettanti, che aveva già guidato la Federcalcio tra il 2007 e il 2014 (fino alle dimissioni dopo il Mondiale brasiliano), ha rotto gli indugi: “Chiederò al consiglio direttivo della Lega Dilettanti – ha detto – di investirmi delle stesse titolarità di cui è stato investito Malagò. Seguiremo la stessa logica: discutere i contenuti e poi vedere il punto di caduta sui nomi”. Una stoccata secca a quella che Abete considera un’accelerazione innaturale, quasi un golpe di palazzo che ha scavalcato il metodo della condivisione preventiva.

Le regole della successione e il tempo che stringe

Il calendario, a questo punto, diventa il vero arbitro di questa contesa. Le candidature per la successione a Gravina potranno essere depositate fino al 13 maggio, mentre il verdetto finale è fissato per il 22 giugno nella Capitale. L’assemblea di oggi, con i suoi 18 voti raccolti, rappresenta quindi il primo passo formale, ma la strada verso la poltrona è ancora lunga e disseminata di veti incrociati. Marotta, nel suo intervento, ha voluto rimarcare che il voto della Lega è solo “il primo atto di una situazione che ci deve portare a trovare la strada maestra”. Un modo elegante per dire che la partita è appena iniziata e che, senza riforme strutturali, anche il miglior dirigente rischierebbe di rimanere schiacciato dal peso di un sistema malato. Intanto, Malagò raccoglie il favore dei big, forte della sua esperienza olimpica e di una rete di relazioni che nessun altro candidato può vantare. Ma, come insegna la storia recente del nostro calcio, l’unanimità in Serie A non è mai stata garanzia di vittoria finale, specie quando dall’altra parte della barricata si muovono i pesi massimi del voto dilettantistico.

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