La guerra travolge le Borse, Milano perde il 4% e il gas vola sopra i 50 euro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La variabile bellica, con la sua capacità di ridefinire in un istante gli equilibri economici globali, si è abbattuta con violenza sui mercati finanziari del Vecchio continente. L’escalation militare in Medio Oriente, conseguente all’attacco contro l’Iran, ha scatenato una vera e propria emorragia sui listini, costringendo gli operatori a fare i conti con uno scenario che molti speravano ormai remoto. Le Piazze europee hanno chiuso la giornata in profonda contrazione, con Piazza Affari che, ancora una volta, ha indossato la maglia nera del continente: il Ftse Mib ha lasciato sul terreno il 3,8 per cento, un tonfo che segue la scia negativa di Madrid (-3,2%), Francoforte (-2,8%) e Parigi (-2,2%), mentre Londra si è fermata a un -2%. L’indice delle blue chip italiane, dopo un'avvio già complicato, ha progressivamente aggravato le proprie perdite, in un clima di avversione al rischio che ha contagiato anche l’umore oltreoceano, con i future di Wall Street in picchiata e il Nasdaq 100 che cedeva il 2 per cento.

Lo Stretto di Hormuz e l’incubo energetico che attanaglia l'Europa

Il vero detonatore di questa nuova ondata di panico, che ha spinto gli investitori a liberarsi in massa delle attività più rischiose, è da ricercare nel balzo inarrestabile delle materie prime. Il prezzo del gas, in particolare, ha sfondato il tetto psicologico dei 50 euro al megawattora sulla piattaforma di Amsterdam, arrivando a sfiorare quota 60 euro con un balzo superiore al 30 per cento, toccando i massimi da oltre tre anni. Il motivo di questa impennata, che riecheggia gli spettri della crisi del 2022, è la minaccia concreta di una lunga interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz, quel braccio di mare che separa la costa settentrionale iraniana dalla penisola arabica. Da questo passaggio obbligato, definito dall’Energy Information Administration statunitense uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo, transita circa un quinto del petrolio consumato a livello globale e, aspetto ancor più critico per l’Europa, una percentuale analoga del commercio mondiale di Gnl, il gas naturale liquefatto. L’offensiva in Iran ha di fatto bloccato centinaia di navi, paralizzate dal timore di attacchi o dall'impossibilità di ottenere coperture assicurative, e ogni giorno di stallo, come ammoniscono gli analisti di Goldman Sachs, rischia di quasi raddoppiare i prezzi del gas naturale europeo, portandolo verso i 74 euro. Il Brent, dal canto suo, ha superato quota 82 dollari al barile, alimentando i timori di una fiammata inflattiva che costringerebbe le banche centrali a rivedere i propri piani di riduzione del costo del denaro.

L'analisi degli esperti e il volo dello spread Btp-Bund

In questo clima di crescente incertezza, l’approccio degli investitori si è rapidamente orientato verso una modalità cosiddetta “risk-off”. Come ha sottolineato Giovanni De Mare, Country Head Italia di AllianceBernstein, l’attuale clima di incertezza geopolitica sta spingendo i mercati a privilegiare la ricerca di rifugi sicuri, abbandonando le asset class più volatili. Sebbene l’analisi storica suggerisca che la maggior parte dei conflitti armati tenda ad avere un impatto limitato sui rendimenti azionari nel lungo periodo, nel breve termine la volatilità è destinata a rimanere la padrona incontrastata. La tensione, del resto, non ha risparmiato i titoli di Stato, con lo spread tra il Btp italiano e il Bund tedesco che ha ripreso a salire. A pesare sul differenziale, oltre al caro-energia, è anche la prospettiva di un piano europeo per la difesa comune: un progetto ambizioso che, per essere finanziato, richiederebbe una nuova emissione di debito comune, un'eventualità che mette in fibrillazione i mercati obbligazionari dei Paesi più indebitati, Italia in testa, facendo impennare i rendimenti richiesti dagli investitori.

I numeri di una seduta da dimenticare per le Piazze europee

La fotografia scattata al termine delle contrattazioni restituisce l’immagine di un’Europa finanziaria sotto shock. Alla maglia nera di Milano, che ha registrato un -3,8%, hanno fatto da contraltare le pesanti performance di Francoforte (-2,8%) e Parigi (-2,2%). La pressione si è fatta sentire in modo trasversale su tutti i settori, ma il comparto energetico ha vissuto una giornata bipolare: se da un lato i titoli legati alle fonti fossili hanno beneficiato del rally delle materie prime, con Eni che potrebbe vedere un incremento degli utili per ogni aumento del prezzo del gas, dall’altro l’intera filiera industriale ha sofferto per il timore di un rallentamento della crescita causato proprio dal caro-bollette. Lo Stretto di Hormuz, con i suoi 560 chilometri di estensione, si è così riaffermato come l’epicentro di un sisma finanziario le cui scosse, in assenza di una rapida de-escalation del conflitto, rischiano di farsi sentire per molte settimane a venire, complicando ulteriormente lo scenario economico di un continente già alle prese con una crescita anemica.

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