Il Pilastro, tra tende e motoseghe: prosegue lo stallo attorno al cantiere del Museo dei Bambini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La quiete tesa che avvolgeva il parco intitolato alla memoria dei carabinieri Mitilini, Moneta e Stefanini, nel quartiere Pilastro di Bologna, è solo apparente. Dopo le operazioni di abbattimento degli alberi avvenute nei giorni scorsi, quando decine di agenti delle forze dell’ordine hanno fatto da scudo agli operai al lavoro con le motoseghe -5, l’area del cantiere destinata a ospitare il progetto "Futura", il nuovo Museo dei Bambini, si è trasformata in un accampamento permanente. Una quarantina di persone, tra residenti e attivisti del comitato Mubasta, hanno montato le tende lì dove qualche notte fa erano state abbattute le recinzioni, dando vita a un presidio che non accenna a scemare. Si susseguono momenti di confronto pacifico, con una tavola imbandita per i pasti in comune e persino una bandiera della Palestina issata su un albero, a simboleggiare una protesta che cerca radici anche in lotte lontane. Eppure, lo spettro delle notti precedenti, quelle del vero e proprio "assalto" al cantiere, resta ben vivo nelle carte della Procura.

Perché i danni, quelli materiali, ci sono stati e sono stati ingenti. Un escavatore è stato sabotato, una videocamera di sorveglianza di proprietà del Comune è stata danneggiata e le transenne che delimitavano l’area sono state divelte e calpestate. Gli agenti della polizia scientifica, ora, sono al lavoro per redigere un’informativa dettagliata da inviare in Procura, un fascicolo che dovrà fare luce su quei fatti specifici e sulle responsabilità di una quarantina di attivisti finiti sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori. L’accusa che aleggia, pesante come un macigno, è quella di sabotaggio, parola usata senza mezzi termini dall’amministrazione comunale per definire quanto accaduto.

La replica del Comune e la controffensiva politica

Proprio da Palazzo d’Accursio, del resto, è arrivata nei giorni seguenti una risposta durissima, priva di qualsiasi tentennamento. L’assessora alla Sicurezza, Matilde Madrid, ha voluto ribaltare il paradigma della protesta, spostando il focus dall’ambientalismo ai reati ambientali. «Chi sostiene di difendere l’ambiente – ha dichiarato – allo stesso tempo compie probabili reati ambientali e impedisce la ripiantumazione degli alberi». Un paradosso, secondo la lettura della giunta, reso ancor più grave dal sabotaggio ai mezzi meccanici: lo sversamento di olii idraulici nel terreno, causato dai danneggiamenti, avrebbe infatti inquinato una porzione di suolo, rendendo forse necessaria una futura bonifica. Inoltre, gli otto alberi che erano stati espiantati con cura per essere ricollocati altrove, una volta reinterrati frettolosamente dagli attivisti durante l’occupazione, difficilmente sopravvivranno. Un danno, questo sì, all’ecosistema del parco, secondo la lettura dell’assessora.

Il Partito Democratico bolognese ha fatto quadrato attorno all’opera. Il segretario Enrico Di Stasi ha parlato di «modalità illegali, brutali, prevaricatrici e antidemocratiche», respingendo con forza l’idea che il progetto sia stato "calato dall’alto". Anzi, secondo il partito di maggioranza, il percorso di condivisione con il territorio sarebbe stato avviato da tempo. Una posizione, questa, che trova però alcune crepe proprio nel quartiere. Una maestra della scuola primaria Romagnoli, l’istituto che aveva partecipato alla fase di ascolcio progettuale, ha commentato sui social con amarezza, sentendosi strumentalizzata: i bambini, scrive, non avrebbero mai immaginato di cancellare lo spazio verde in cui giocano ogni giorno.

La memoria del passato e lo spettro di nuove tensioni

La protesta, intanto, si nutre anche di memoria storica. Tra i banchi del presidio, davanti alla biblioteca comunale Luigi Spina, si è visto Sergio Spina, figlio dell’uomo che negli anni Sessanta fu il primo presidente del comitato inquilini del rione. Fu suo padre, Luigi, a guidare allora una battaglia contro la cementificazione dell’area, riuscendo a ottenere una variante al piano regolatore che salvò il polmone verde. «Oggi – ha raccontato Spina – ci ritroviamo nelle stesse condizioni, ma con un’amministrazione completamente sorda». Un tradimento, lo definisce, del patto che i cittadini avevano stretto con la politica decenni fa.

Ora, con il cantiere semi-aperto e gli attivisti che presidiano l’area, l’incognita è tutta nei prossimi giorni. Il Comune ha annunciato l’intenzione di procedere, installando probabilmente recinzioni più alte per mettere in sicurezza l’area. Ma il rischio, concreto e paventato da più parti, è che si ripetano le scene di tensione già viste a Bologna in altre occasioni, come due anni fa al parco Don Bosco per il caso delle scuole Besta, quando la pressione della piazza portò infine alla ritirata dell’amministrazione. Per ora, al Pilastro, la "quiete prima della tempesta" regge, ma la polizia scientifica continua a setacciare l’area e gli attivisti non accennano a smontare le tende, in attesa di capire se la diplomazia riuscirà a subentrare allo scontro o se si dovrà assistere a un nuovo, drammatico confronto.

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