Un paese ostaggio: il fallimento di una rivoluzione
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Redazione Esteri
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Quella che doveva essere la promessa di libertà e giustizia, nata dalle ceneri di una dittatura filoamericana nel 1979, si è lentamente ma inesorabilmente trasformata in una trappola per la società iraniana. Dopo il conflitto con l’Iraq, durante il quale si è chiesto ai cittadini di sacrificare diritti in nome della resistenza, il Paese si è ritrovato a subire il consolidamento di una teocrazia onnipotente, la quale, pur di perseguire una proiezione di potenza regionale, ha progressivamente svuotato di significato le proprie stesse istituzioni. La leadership, ossessionata da un programma nucleare che è stato più volte oggetto di feroci contese internazionali fino a vederne drasticamente ridimensionate le ambizioni, ha finito per militarizzare l’economia, creando reti di potere opache e parallele che hanno di fatto reso ridicolo il diritto costituzionale e imbrigliato le risorse di una nazione.
Il dibattito distorto: dal “benaltrismo” alla sindrome del talk show
La tragedia complessa dell’Iran, mentre le sue strade tornano periodicamente a infiammarsi per le proteste, spesso finisce per essere rifratta attraverso la lente distorta del dibattito pubblico occidentale, il quale sembra a volte soffrire di una patologica incapacità di affrontare le questioni di principio senza deviarne il senso. C’è una certa dinamica, che ricorda il “benaltrismo” della politica italiana – l’abitudine a sminuire un problema sostenendo che ce ne siano di più importanti – e che è stata mirabilmente satirizzata anche attraverso la figura di un leader politico noto per il suo “ma anche”. Questo meccanismo, applicato alle vicende iraniane, rischia di infettare la comprensione della tragedia con la logica del talk show, dove tutto si appiattisce in una sterile contrapposizione tra tifoserie, spostando continuamente il focus dalla sostanza degli avvenimenti.
Solidarietà senza bandiere: lo slogan che rompe gli schemi
Proprio per navigare in questo campo minato di narrazioni polarizzate, uno slogan coniato dall’attivista Maryam Nariaze, “Né turbante né corona, né chierico né re”, fornisce una bussola chiara. Quel grido fissa con precisione l’idea che sia possibile, anzi doveroso, esprimere una solidarietà senza riserve verso chi in Iran lotta contro un regime autoritario e regressivo, senza per questo doversi allineare alle agende interventiste di potenze estere o abbracciare nostalgie monarchiche. È una presa di posizione che rifiuta sia la teocrazia al potere sia le soluzioni imposte dall’esterno, riconoscendo l’autenticità e la legittimità di una rivolta che cerca una terza via, autonoma e profondamente iraniana.
La cecità occidentale: tra allarmi inascoltati e posture di comodo
Mentre la situazione rimane tesa e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, conferma una linea di massima pressione sull’establishment di Teheran, il copione da questa parte del mondo sembra purtroppo ripetersi con monotona prevedibilità. Da un lato si registrano reazioni spesso pronte e notizie talvolta gonfiate in un clima di costante allarme, dall’altro permangono una sostanziale impotenza e una difficoltà strutturale a leggere le radici profonde del malessere, al di là delle mere contese nucleari. Questo scenario, dove la retorica della forza si mescola a una comprensione superficiale, lascia poco spazio all’ascolto delle voci che dal paese lanciano appelli complessi, né a quelle degli analisti che da anni mettono in guardia sulle conseguenze di un isolamento totale, il quale finisce per colpire principalmente la popolazione civile e rafforzare proprio gli apparati più repressivi.




