La tassa Ue sugli extraprofitti spacca la maggioranza: Forza Italia si smarca subito, “misura non sia punitiva”
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Redazione Interno
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La lettera indirizzata a Bruxelles, quella stessa che porta la firma del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti insieme ad altri quattro colleghi europei (tedesco, spagnolo, portoghese e austriaco), non ha trovato nel centrodestra italiano quella compattezza che ci si sarebbe potuti attendere da una compagine di governo. A rompere gli indugi, con una velocità che sorprende persino gli osservatori più attenti, è stata Forza Italia. Il partito azzurro, storicamente sensibile alle ragioni del mondo produttivo e alle dinamiche di mercato, ha voluto tracciare un solco netto: l’obiettivo della manovra fiscale, per quanto condivisibile nella sua finalità sociale, non può trasformarsi in una ghigliottina sulle imprese.
L’idea, va ricordato, nasce da una congiuntura internazionale particolarmente calda. L’impennata del prezzo del petrolio – conseguenza diretta e quasi inevitabile del conflitto in Medio Oriente – ha riacceso i riflettori su un tema che sembrava assopito: quello degli utili straordinari delle compagnie energetiche. A firmare l’appello indirizzato al commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, sono cinque ministri delle Finanze. Oltre a Giorgetti, troviamo Lars Klingbeil per la Germania, Carlos Cuerpo per la Spagna, Joaquim Miranda Sarmento per il Portogallo e Markus Marterbauer per l’Austria. Loro chiedono, in sostanza, che Bruxelles valuti una misura fiscale comune per tassare quegli extraprofitti generati non da meriti imprenditoriali, bensì dalla speculazione e dall’instabilità geopolitica.
Un distinguo che pesa sul dibattito europeo
Forza Italia, attraverso le sue consuete forme di interlocuzione politica, ha subito chiarito il proprio pensiero. “La misura”, si legge in una nota che circola nei palazzi romani, “non deve essere punitiva”. Una frase, questa, che pesa come un macigno nel dibattito perché introduce un elemento di mediazione che i cinque ministri firmatari avevano volutamente messo da parte. Il partito guidato dai vertici azzurri propone un approccio diametralmente opposto a quello dell’azione immediata: costruire il meccanismo insieme alle imprese, individuando criteri condivisi per un contributo straordinario. Loro lo chiamano “contributo”, non tassa, e lo vorrebbero destinato esclusivamente a calmierare l’emergenza energetica per famiglie e piccole attività.
Questa posizione, seppur presentata con toni collaborativi (“l’obiettivo non può e non dev’essere colpire le imprese”), rischia di minare alla base la richiesta unitaria che l’Italia aveva portato al tavolo di Bruxelles. Perché mentre Giorgetti – in qualità di rappresentante del governo – chiede alla Commissione europea una misura coraggiosa e vincolante, una delle anime della sua stessa coalizione apre uno spiraglio che le grandi lobby energetiche potrebbero sfruttare per fare pressing a livello comunitario. Non è un dettaglio da poco, considerando che la lettera dei cinque ministri era stata presentata proprio come un fronte compatto per fare massa critica contro il caro-carburanti.
I retroscena di una trattativa già complicata
La richiesta dei cinque Paesi – Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria – non è caduta nel vuoto, ma nemmeno ha entusiasmato tutti i membri dell’Unione. C’è chi, come alcuni stati del Nord Europa, storce il naso di fronte a qualsiasi forma di prelievo straordinario sulle ration energetiche. E in questo contesto già frammentato, la presa di distanza di Forza Italia rischia di offrire un assist prezioso a chi vuole affossare la proposta. Il partito azzurro, del resto, ha sempre avuto un rapporto organico con il mondo dell’energia e delle grandi infrastrutture; un legame che, in momenti di crisi come questo, riemerge con prepotenza nelle scelte di linea politica.
Non si tratta di una semplice scaramuccia tra alleati. La posta in gioco è alta: gli extraprofitti delle società petrolifere e del gas, nei mesi successivi all’escalation mediorientale, hanno raggiunto cifre che nemmeno nei boom economici passati si erano viste. E mentre i cittadini italiani stringono la cinghia davanti a bollette da capogiro, i bilanci di alcune multinazionali brillano di utili record. Da qui la spinta dei ministri delle Finanze, convinti che una parte di quei soldi debba tornare nelle casse pubbliche per sostenere chi è in difficoltà.
Le reazioni dal mondo industriale e l’incognita Bruxelles
La presa di posizione di Forza Italia, va detto, ha trovato immediato ascolto tra le associazioni di categoria. Molti imprenditori, interpellati informalmente dai vertici del partito, avevano già fatto sapere di temere un prelievo indiscriminato, capace di disincentivare gli investimenti proprio nel momento in cui servirebbe maggiore stabilità. L’auspicio, formulato più volte negli ambienti della Confindustria, è che la tassa si trasformi in un fondo volontario o in un meccanismo di price cap gestito a livello nazionale. Ma la richiesta dei cinque ministri è chiara: serve una misura europea, omogenea e obbligatoria, per evitare distorsioni della concorrenza.
L’intera partita, adesso, si sposta sul tavolo di Wopke Hoekstra. Il commissario europeo per il Clima dovrà valutare se esiste una base giuridica solida per procedere con una tassazione straordinaria di questo tipo, oppure se lasciare ai singoli stati la libertà di intervenire come meglio credono. Nel frattempo, l’asse tra Roma e Berlino – tradizionalmente trainante in queste materie – appare incrinato dalle riserve espresse da una parte della maggioranza italiana. E mentre Giorgetti prosegue il suo lavoro diplomatico a Bruxelles, a Roma i suoi alleati azzurri rimettono mano ai dettagli di una proposta che, per loro, non dovrà mai avere il sapore della punizione.




