Morto Maurizio Diliberto, il regista “gentiluomo” che raccontava la Sicilia (ed era il papà di Pif)
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia, diffusa nella giornata del 22 maggio 2026, porta il segno di un lutto che attraversa la televisione pubblica e il cinema d’inchiesta isolano: Maurizio Diliberto, giornalista, documentarista e regista storico della sede Rai di Palermo, si è spento all’età di 83 anni. Chi lo ha conosciuto sul set – o anche solo incrociandolo nei corridoi di viale Strasburgo – lo ricordava come un “gentiluomo” della narrazione visiva, un uomo capace di mettere la propria discrezione al servizio delle storie altrui. Eppure, oggi, c’è il concreto rischio che il ricordo pubblico venga ingabbiato in una definizione riduttiva, quella del “padre di Pif”, quasi che il suo intero percorso professionale fosse soltanto un prologo alla carriera del figlio Pierfrancesco Diliberto, volto noto della televisione contemporanea.
Una vita tra macchina da presa e impegno civile
Nato il 29 maggio di ottantatré anni fa, Diliberto manca il traguardo dell’ottantaquattresimo compleanno per una manciata di giorni. La sua eredità, invece, non si misura con il calendario. Laureato in Lettere e poi approdato al giornalismo, lui aveva scelto presto la strada del documentario, quella forma ibrida che unisce la cronaca alla poesia visiva. Per decenni, nelle sue mani la macchina da presa è diventata uno strumento di indagine sociale: attraverso i docufilm prodotti per la Rai regionale, Diliberto ha restituito un affresco della Sicilia lontano dagli stereotipi, concentrandosi sulla memoria contadina, sulle trasformazioni urbane di Palermo e su quel filo invisibile che lega la cultura popolare all’economia dell’isola. Nessuna concessione al folklore facile, nei suoi lavori; piuttosto, una certa ossessione per i dettagli dimenticati.
L’ombra lunga della cronaca nera e le inchieste televisive
Non si può parlare della sua produzione senza ricordare il coraggio con cui, in anni non sospetti, affrontò anche fatti di cronaca nera legati alla criminalità organizzata. Diliberto firmò servizi e speciali che non si limitavano a descrivere i delitti, ma cercavano di decostruire il contesto sociale in cui quei delitti maturavano. Nel rispetto delle vittime – e senza mai scadere nel macabro – i suoi reportage tentavano di seguire i fili delle inchieste giudiziarie, incrociando verbali e testimonianze. Un approccio, quello del regista palermitano, che oggi definiremmo “di profondità”, lontano dalla logica dello scoop urlato. Lo stesso rigore lo applicava quando raccontava processi o sviluppi investigativi, lasciando che fossero le immagini (e i lunghi silenzi tra un’inquadratura e l’altra) a parlare.
Un rapporto simbiotico con la Rai di Palermo e il pudore della fama
Per decenni, la sede Rai siciliana è stata la sua seconda casa. Lì Diliberto ha formato generazioni di tecnici e autori, trasmettendo loro l’idea che raccontare per immagini significasse prima di tutto saper ascoltare. E se il grande pubblico lo ha riscoperto (o scoperto) solo grazie alla popolarità del figlio Pif, regista de “La mafia uccide solo d’estate”, va detto che Maurizio non ha mai cercato la ribalta. Al contrario, usava la celebrità riflessa del figlio con una certa ironia, quasi si trattasse di un incidente di percorso. Nel suo ultimo post sui social, Pierfrancesco – che del padre ha ereditato lo sguardo critico – ha voluto salutarlo con poche parole, ma dense, confermando quel legame intimo che unisce due modi diversi di fare cinema: l’uno più documentaristico e silenzioso, l’altro più esplicitamente politico e popolare.
Nessuna celebrazione retorica, dunque, per questo regista “gentiluomo”. Maurizio Diliberto lascia un vuoto tecnico e umano nella produzione audiovisiva siciliana, e chi lo ha affiancato sa bene che i suoi docufilm resteranno a lungo strumenti di studio, più che semplici prodotti televisivi. La sua lezione, in fondo, sta proprio lì: nella capacità di trasformare un fatto di cronaca o una memoria orale in un pezzo di storia collettiva, senza mai dimenticare che dietro ogni inquadratura c’è una persona in carne e ossa.




