Addio a Maurizio Diliberto, il regista “gentiluomo” che raccontava la Sicilia (ed era il papà di Pif)

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è spento a Palermo, all’età di 83 anni (ne avrebbe compiuti 84 il prossimo 29 maggio), Maurizio Diliberto: una perdita, questa, che priva l’audiovisivo italiano – e la Rai in particolare – di uno dei suoi sguardi più lucidi e poetici. Se gran parte dei mezzi di informazione lo hanno ricordato, nelle ultime ore, prevalentemente come “il padre di Pif” (il nome d’arte del noto regista e conduttore Pierfrancesco Diliberto), ridurlo a questo legame familiare significherebbe tradire la profondità di un uomo che, come raccontano i suoi colleghi, ha dedicato un’intera esistenza a mettere la macchina da presa al servizio della sua terra. Nel vortice dei social network – basta dare un’occhiata alla sua bacheca per capirlo – Diliberto era effettivamente il “fan numero uno” del figlio, ma il suo archivio personale restituisce l’immagine di un professionista poliedrico: giornalista, regista, sceneggiatore, capace di passare con disinvolta maestria dal documentario di inchiesta al lungometraggio di finzione.

L’eredità culturale di un professionista tra cinema e impegno civile

Nato a Palermo, Diliberto ha costruito la sua carriera nella sede regionale della Rai, legando indissolubilmente il suo nome a una certa idea di Sicilia lontana dagli stereotipi più beceri. Non si trattava, nelle sue intenzioni, di una semplice cartolina paesaggistica; era piuttosto un lavoro di scavo, di archeologia emotiva, svolto con la pazienza di chi sa ascoltare il respiro delle periferie e delle piccole comunità. Tra i suoi lavori più significativi spiccano titoli come “Appunti su una città sconosciuta”, “Casa Paterna” e “Gelsomini d’Arabia”, opere che hanno raccontato trasformazioni sociali, memoria storica e identità. A differenza di molti autori contemporanei, lui utilizzava la telecamera come una prolunga del cervello e dell’animo, cercando di restituire voce a chi spesso non ne ha. Era, insomma, un artigiano della narrazione, e il suo approccio diretto sul campo gli ha permesso di tessere una rete di relazioni che andava ben oltre il semplice rapporto di lavoro.

La doppia cittadinanza onoraria e il legame con i territori feriti

C’è un aspetto della sua biografia, forse il meno appariscente ma il più autentico, che riguarda il suo profondo legame con i territori colpiti da calamità o da trasformazioni traumatiche. Diliberto era tanto amato non solo per la qualità estetica dei suoi film, ma per la sua funzione etica. Lo dimostra il caso di Palazzo Adriano, il celebre set di “Nuovo cinema Paradiso” di Tornatore: qui, realizzando con gli amici e gli abitanti del posto il film “Viva la Sicilia… punto e basta”, ha ricevuto la cittadinanza onoraria “in riconoscimento del suo straordinario contributo all’arte e alla cultura”. Ma il riconoscimento più toccante è forse arrivato da Santa Margherita Belice, il comune simbolo del terremoto del Belise del 1968. Per quell’area, Diliberto non fu solo un tecnico della Rai, ma un testimone attento: gli è stata conferita un’altra cittadinanza onoraria per la “testimonianza umanitaria e l’impegno professionale” profuso a fianco dei contadini e degli anziani, documentando le lacerazioni di una ricostruzione “controversa”. Non si limitò a filmare le macerie, insomma, ma intercettò il dolore e la resilienza delle generazioni che avevano vissuto lo spartiacque del sisma.

Uno sguardo privato, tra la gentilezza e l’ammirazione paterna

Mentre la cronaca si concentra sulla carriera, c’è un’istantanea privata che restituisce il calore umano di quest’uomo. Chi lo ha incontrato lo descrive come un “gentiluomo”, un termine desueto che calza perfettamente a un professionista dal garbo raro e dalla sorridente disponibilità. E se nelle redazioni lo ricordano come un maestro, nei meandri del web emerge un ritratto affettuoso e quasi tenero: quello del padre orgoglioso. Sulla sua pagina Facebook, l’entusiasmo per i traguardi di Pierfrancesco era palpabile, viscerale. L’ultimo post dedicato al “suo” Pif, curiosamente, risaliva al 21 aprile scorso, un mese esatto prima del suo addio (avvenuto il 22 maggio). Questo dettaglio, che a molti può sembrare solo una nota di costume, racconta invece la genesi di un passaggio di testimone artistico: se Pif ha potuto sviluppare quel senso critico e ironico con cui racconta l’Italia e la mafia, è anche perché ha assorbito la lezione del padre, quella lezione di metodo che insegnava a guardare la realtà da diverse angolazioni. Maurizio se n’è andato in silenzio, dopo un aggravamento delle sue condizioni fisiche, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura siciliana ma anche un’eredità enorme: quella di chi ha insegnato che fare televisione, o cinema, è prima di tutto un atto d’amore verso gli altri.

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