BYD, i grandi licenziamenti del 2025 e il paradosso dei ricavi record: 100mila lavoratori in meno tra ristrutturazione e guerra dei prezzi
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Redazione Economia
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Il colosso cinese dei veicoli elettrici, BYD, ha chiuso un anno, il 2025, che a prima vista appare contraddittorio ma che, a guardare i numeri, racconta una fase precisa della sua evoluzione industriale. Da un lato, l’azienda con sede a Shenzhen ha messo a segno risultati commerciali mai visti prima: un fatturato che ha superato gli 8039 miliardi di yuan (circa 101 miliardi di euro) e consegne per 4,6 milioni di veicoli, numeri che consolidano la sua posizione di leader mondiale nel settore elettrico. Dall’altro, i conti rivelano uno scenario più complesso, segnato da un taglio senza precedenti alla forza lavoro.000 dipendenti in meno, portando il totale a 870.000 unità – e da un utile netto in calo del 19 per cento, fermo a 32,6 miliardi di yuan. La riduzione, pari a circa un decimo dell’organico, ha interessato principalmente le aree produttive e amministrative, mentre una nota di controtendenza riguarda la ricerca e sviluppo: il reparto R&S ha infatti continuato a crescere, arricchendosi di migliaia di nuovi ingegneri, segno che l’efficienza cercata dal gruppo passa anche, e forse soprattutto, da un salto tecnologico.
La frenata dopo il boom: concorrenza e fine degli incentivi
A spiegare la dinamica di questi licenziamenti – che potrebbero apparire contraddittori di fronte a ricavi in crescita – è il contesto di mercato in cui BYD si è trovata a operare. Per la prima volta in quattro anni, il margine di profitto si è contratto, una battuta d’arresto causata dalla feroce guerra dei prezzi scoppiata nel mercato domestico cinese, il più grande al mondo per l’elettrico. La rimodulazione, se non la fine, degli incentivi statali all’acquisto ha colpito duramente un produttore come BYD, il cui core business resta ancorato a modelli di fascia medio-bassa: oltre il 60 per cento delle vendita sul mercato interno riguarda veicoli con un prezzo inferiore ai 150mila yuan, la fascia più esposta alla concorrenza di marchi come Geely e Leapmotor. In questo scenario di pressione sui listini, il margine operativo ne ha risentito, spingendo l’azienda a una profonda revisione della propria struttura dei costi. I licenziamenti, in quest’ottica, rappresentano la leva più drastica per recuperare competitività in un settore dove i volumi, da soli, non bastano più a garantire la redditività.
La scommessa sull’estero: l’unica via per la crescita
Se il fronte interno ha mostrato segni di affaticamento – con un calo dei ricavi in Cina dell’11 per cento – è sul fronte internazionale che BYD ha cercato, e in parte trovato, il suo nuovo motore di espansione. Il 2025 ha segnato un punto di svolta nelle esportazioni: per la prima volta il costruttore ha superato quota un milione di veicoli venduti all’estero (1,05 milioni), con una crescita del 151 per cento rispetto all’anno precedente. I ricavi provenienti dai mercati esteri hanno raggiunto i 3107 miliardi di yuan, coprendo quasi il 39 per cento del fatturato totale e, particolare non secondario, garantendo margini di profitto (19,5 per cento) decisamente superiori a quelli ottenuti in patria. Questa spinta all’export, supportata dall’apertura di nuovi stabilimenti in Brasile, Thailandia e dalla strategia europea con un hub in Ungheria, ha assorbito gran parte degli investimenti dell’anno, pari a oltre 1568 miliardi di yuan spesi in immobilizzazioni. L’azienda, insomma, sta tentando di sostituire la domanda stagnante interna con una spinta internazionale che, tuttavia, richiede ingenti capitali e un’organizzazione più snella per reggere la concorrenza sui mercati globali.
Un colosso che si riorganizza, tra rischi e nuove sfide
La fotografia scattata dalla chiusura dell’esercizio restituisce l’immagine di un’azienda che ha dovuto scegliere: continuare a crescere in modo forsennato sul piano occupazionale, come aveva fatto negli anni precedenti, o puntare alla sostenibilità finanziaria in una fase di mercato imprevedibile. La riduzione del personale, concentrata nelle linee produttive e nella forza vendita, si accompagna a una profonda ristrutturazione del debito, con un allungamento delle scadenze finanziarie che ha ridotto la pressione sul breve termine. Nonostante il calo degli utili, il gruppo ha mantenuto alta l’attenzione sull’innovazione, confermando investimenti in ricerca e sviluppo per 634 miliardi di yuan, con l’obiettivo di difendere il vantaggio tecnologico in un mercato, quello delle batterie e della ricarica ultra-rapida, dove i concorrenti europei e cinesi premono con insistenza. La riduzione di 100mila posti di lavoro, dunque, non va letta come il sintomo di una crisi terminale, ma come il costo di una transizione: quella da un’azienda in rapida e tumultuosa espansione a una multinazionale matura, costretta a fare i conti con la necessità di proteggere i propri margini mentre naviga in un oceano sempre più affollato e competitivo.




