La crisi della Groenlandia, tra minaccia Usa e possibili crisi costituzionali a Washington

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro degli Esteri danese Lars Lokke Rasmussen, commentando le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha giudicato "positivo" l’intento di evitare l’uso della forza militare riguardo alla Groenlandia, pur sottolineando, con una nota di fermezza, che la minaccia di impadronirsi di quel vasto territorio artico non è stata affatto ritirata. Una posizione, quella di Copenaghen, che riflette la profonda inquietudine che serpeggia nelle cancellerie europee mentre la situazione, come ha dichiarato il primo ministro groenlandese Jens-Frederik Nielsen, seppur considerata "improbabile" non viene "esclusa", al punto da spingere le autorità di Nuuk a raccomandare ai cittadini di provvedere a scorte di cibo sufficienti per cinque giorni.

Le implicazioni per gli equilibri interni americani

Mentre la crisi sembra condurre rapidamente a un punto di rottura nelle relazioni transatlantiche, diversi osservatori, tra cui esperti di diritto statunitense, pongono l’accento sulle ripercussioni che un’azione unilaterale potrebbe avere nel panorama politico interno agli Stati Uniti. Un’invasione, o un’annessione forzata della Groenlandia, secondo costoro, rischierebbe infatti di infiammare ulteriormente un Congresso già molto agguerrito, portando non solo a un rinvigorito processo di impeachment nei confronti del presidente, ma potenzialmente innescando una vera e propria crisi costituzionale, dato il carattere inedito e l’estrema gravità di un’azione del genere.

Le ripercussioni geopolitiche e il vantaggio russo

La mossa di Trump, oltre a lacerare il tessuto della Nato e a indebolire la coesione europea, rappresenta un fattore di destabilizzazione globale che non potrebbe che avvantaggiare altri attori internazionali. In particolare, per Vladimir Putin, la decisione di concentrare l’attenzione americana sull’Artico danese costituirebbe un dono inaspettato, distogliendo energie e risorse dal sostegno alla difesa dell’Ucraina e offrendo, di fatto, un potente argomento retorico a chi accusa Mosca di voler modificare i confini con la forza: se gli Stati Uniti possono appropriarsi della Groenlandia, viene da chiedersi, perché la Russia non potrebbe fare altrettanto con il Donbass? Uno scenario, questo, che aprirebbe pericolosi varchi anche per altre rivendicazioni territoriali nel mondo.

La preparazione groenlandese e lo stallo diplomatico

Di fronte alla persistente volontà statunitense, espressa senza ambiguità, di voler acquisire la Groenlandia, il governo locale, guidato dal primo ministro Nielsen e dal vicepremier Múte B. Egede, ha quindi avviato misure precauzionali, preparandosi a ogni evenienza, compreso un intervento militare. Questa preparazione, se da un lato dimostra la serietà con cui viene valutata la minaccia, dall’altro cristallizza uno stallo diplomatico di proporzioni considerevoli, dove le rassicurazioni verbali sull’avoidamento della forza si scontrano con una sostanziale immobilità riguardo all’obiettivo ultimo, lasciando l’Europa in una posizione di attesa vigile e carica di apprensione.

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