Afragola, violenza sessuale di gruppo su un disabile: tre arresti dopo mesi di abusi e minacce

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal gip del Tribunale di Napoli Nord su richiesta della Procura di Aversa, è stata eseguita nella mattinata di oggi, giovedì 12 marzo, dai carabinieri della stazione di Afragola nei confronti di tre persone, tutte gravemente indiziate dei reati di violenza sessuale di gruppo e atti persecutori aggravati. Il provvedimento arriva al termine di indagini complesse, che hanno delineato un quadro di sistematica e crudele prevaricazione ai danni di un giovane affetto da disabilità, la cui condizione di particolare fragilità, come emerso dagli atti, è stata scientemente sfruttata dagli indagati per sottoporlo a un vero e proprio calvario.

Dalle ricostruzioni investigative, condotte anche attraverso attività tecniche e riscontri testimoniali, è emerso che l'orrore sarebbe iniziato alcuni mesi fa all'interno di un esercizio commerciale del quartiere, un luogo che la vittima, la quale frequenta un centro polifunzionale per programmi terapeutici, frequentava per offrire il proprio aiuto in modo gratuito. Sarebbe stato proprio in quel contesto, e precisamente nel retro del negozio, che i tre, secondo quanto ricostruito, avrebbero attirato il ragazzo per consumare il primo violento abuso, un episodio che alcuni di loro avrebbero addirittura ripreso con un telefono cellulare. Un gesto, quest'ultimo, che avrebbe segnato l'inizio di un incubo destinato a protrarsi per diversi mesi, durante i quali il giovane non è più stato solo vittima di violenza sessuale, ma è divenuto il bersaglio quotidiano di una sequela di aggressioni fisiche, violenze verbali, insulti, offese e atti denigratori che si consumavano sia all'interno del locale che in strada, trasformando la sua esistenza in un inferno.

La scoperta delle violenze e il coraggio della denuncia

La svolta nelle indagini, e nella vita della vittima, è arrivata in modo del tutto inaspettato, quando tre sconosciuti si sono presentati alla porta dell'abitazione della madre del ragazzo per segnalarle che un video, nel quale si vedevano chiaramente gli abusi subiti dal figlio, stava già circolando in rete. Solo a quel punto, di fronte alla prova della sua umiliazione divenuta di pubblico dominio, il giovane ha trovato la forza di rompere un silenzio fatto di paura e vergogna, confessando alla madre l'orrore che stava vivendo ormai da mesi. Accompagnato dal genitore, si è quindi recato dalle autorità per sporgere denuncia, un passo che ha dato il via a un'indagine serrata da parte dei carabinieri, i quali, attraverso riconoscimenti fotografici e intercettazioni, hanno potuto consolidare un imponente quadro accusatorio a carico dei tre presunti aguzzini, ora ristretti in carcere.

Le modalità e la ferocia delle condotte, protrattesi per circa sette mesi, sono state ricostruite nei dettagli dagli inquirenti, dipingendo lo scenario di una crudeltà inaudita. La vittima, un ventenne con un deficit cognitivo e una percentuale di invalidità riconosciuta del 75%, non solo veniva costretta a subire violenze sessuali, ma era quotidianamente sottoposta a ogni genere di vessazione: gli spegnevano una sigaretta addosso, lo costringevano a bere bevande rese immonde con l'aggiunta di peperoncino e cipolle, e lo minacciavano ripetutamente, arrivando a prospettargli l'amputazione di un dito se non avesse ottemperato alle loro richieste. Un clima di terrore e di totale assoggettamento, quello descritto dagli atti giudiziari, che il giudice per le indagini preliminari Fabrizio Forte ha efficacemente riassunto parlando di una mentalità da branco che, per mero e futile divertimento, ha agito per mesi nei confronti di una persona vulnerabile, trattandola alla stregua di un non-essere umano.

La reazione degli indagati e la misura cautelare

Nemmeno la denuncia, sporta a gennaio, è riuscita a interrompere immediatamente il vortice di violenza che avvolgeva la vittima e la sua famiglia. Al contrario, l'aver rotto il muro di omertà ha scatenato una reazione ancora più feroce da parte di soggetti vicini agli indagati, i quali avrebbero iniziato a rivolgere minacce di morte al ragazzo e ai suoi cari, in un disperato tentativo di farli desistere e di indurli a ritirare le accuse. È stato proprio questo comportamento, unitamente al concreto pericolo di reiterazione dei reati e di inquinamento delle prove, a convincere il gip della necessità di disporre la misura cautelare più afflittiva, l'unica ritenuta adeguata a tutelare l'incolumità della parte offesa e a garantire il regolare svolgimento del successivo iter processuale, che vede ora i tre indagati – le cui età si aggirano tra i 19 e i 33 anni – dover rispondere di accuse gravissime dinanzi alla giustizia.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.