Cervello e terza età, la socialità protegge la memoria anche tra i sedentari (ecco cosa fare)
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Redazione Salute
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In una popolazione che invecchia rapidamente, con l’Italia che si conferma tra i Paesi con l’età media più elevata al mondo, trovare strategie efficaci per prevenire il declino cognitivo rappresenta una delle principali sfide della sanità pubblica. Se i benefici dell’attività fisica sulla salute del cervello sono ormai ben documentati – basti pensare agli studi che correlano la camminata veloce con una maggiore riserva cognitiva – cresce parallelamente l’interesse verso un altro possibile fattore protettivo, spesso sottovalutato: la partecipazione attiva alla vita sociale e aggregativa.
È in questo contesto che si inserisce uno studio pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society, il quale ha portato alla luce un dato sorprendente che ribalta molte delle certezze finora acquisite in merito alla prevenzione delle patologie neurodegenerative.
Lo studio che premia l’aggregazione
Secondo la ricerca condotta dagli esperti, gli anziani sedentari che frequentano regolarmente attività organizzate nei luoghi di aggregazione della comunità presentano un rischio significativamente più basso di sviluppare una disabilità cognitiva rispetto ai coetanei che non vi partecipano.
Il che significa che anche chi, per svariati motivi legati a limitazioni fisiche o semplicemente alla mancanza di abitudine, non riesce a mantenere un regime di esercizio costante, può comunque trarre benefici tangibili per la propria salute mentale semplicemente coltivando relazioni e partecipando a eventi collettivi.
Lo studio ha analizzato un campione ampio di individui over 65, monitorandoli per diversi anni e incrociando i dati relativi alle abitudini di vita con l’incidenza di disturbi cognitivi lievi e demenze conclamate, evidenziando come la frequenza delle interazioni sociali agisca da vero e proprio scudo neuronale.
Le attività che fanno bene al cervello
Ma quali sono, concretamente, queste attività che sembrano in grado di stimolare la formazione di nuovi neuroni e mantenere giovane la mente anche dopo i sessant'anni? La lista è variegata e comprende passatempi accessibili a tutti, spesso accomunati dalla capacità di mettere in gioco contemporaneamente diverse aree cerebrali.
Imparare il giapponese per il piacere di imparare qualcosa di nuovo, senza uno scopo lavorativo, oppure dedicarsi per la prima volta alle parole crociate a trent'anni, così come prendere lezioni di pianoforte o visitare un museo: tutte queste attività, apparentemente diverse tra loro, condividono il comune denominatore della novità e della sfida intellettuale.
Fare petit point, frequentare un corso di ceramica o partecipare a un club del libro, allo stesso modo, non sono semplici hobby ma veri e propri strumenti di resilienza cognitiva, perché obbligano il cervello a creare connessioni inedite e a mantenere attivi i cosiddetti circuiti della ricompensa e dell'attenzione.
Oltre la paura della dimenticanza
Dimenticare il nome di una persona, entrare in una stanza e non ricordare cosa si stava cercando, impiegare più tempo per recuperare una parola: dopo una certa età, ogni vuoto di memoria può generare una domanda inquietante, ovvero se si tratti di una normale distrazione o del primo segnale di qualcosa di più serio. Una dimenticanza occasionale non equivale a una demenza, eppure la preoccupazione non nasce dal nulla, visto che nel mondo oltre 57 milioni di persone convivono con una forma di demenza e ogni anno vengono diagnosticati quasi 10 milioni di nuovi casi.
Proprio per questo, la ricerca scientifica sta cercando di individuare quei fattori di stile di vita che possono ritardare o addirittura prevenire l'insorgenza di questi disturbi, e la socialità sembra giocare un ruolo da protagonista.
La camminata a passo svelto, ad esempio, è considerata un indicatore fedele del benessere della psiche, e attivando la funzione contapassi del telefono possiamo avere un'idea precisa dell'efficienza delle funzioni cerebrali attraverso la propensione al movimento; ma anche l'andatura sostenuta, che aiuta a mantenere la riserva cognitiva, trova un valido alleato nella vita di relazione, come confermato da uno studio pubblicato su Neurology e condotto su un campione di quattromila adulti dagli autori Joe Verghese e colleghi della Renaissance School of Medicine presso la Stony Brook University di
Long Island, i quali hanno dimostrato come l'integrazione tra movimento fisico e stimolazione sociale produca effetti benefici superiori alla somma delle singole parti.
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