Iran, nel video della protesta a Dezful si sentono le raffiche dei militari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le immagini, che iniziano a circolare in queste ore attraverso i social network, mostrano una scena di violenza indiscriminata nella cittadina di Dezful, situata nella provincia occidentale del Khuzestan. Durante una delle manifestazioni di piazza contro il governo, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco con raffiche di colpi d’arma da fuoco contro i manifestanti, i quali, come si evince dal filmato, cercano riparo in preda al panico mentre il suono degli spari risuona nitidamente. L’episodio, che secondo quanto riportato risalirebbe all’8 gennaio, si inserisce in un contesto di proteste antigovernative che il regime di Teheran sta affrontando con una repressione sempre più dura e sanguinosa, la quale, stando a varie stime, avrebbe già causato migliaia di vittime in tutto il paese.

La replica iraniana all'Onu e l'accusa agli Stati Uniti

Mentre le prove visive della repressione si accumulano, la risposta diplomatica di Teheran alle critiche internazionali non si fa attendere. Gholamhossein Darzi, vice rappresentante permanente dell’Iran all’Onu, ha partecipato a una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza convocata su richiesta di Washington, difendendo senza esitazione la posizione del suo governo. Durante l’incontro, Darzi ha lanciato un’accusa precisa contro gli Stati Uniti, sostenendo che l’amministrazione del presidente Trump, sotto il pretesto di difendere i diritti umani, sia in realtà direttamente coinvolta nel fomentare i disordini interni. L’obiettivo ultimo di questa ingerenza, secondo la rappresentanza iraniana, non sarebbe altro che la “destabilizzazione politica” di Teheran, una strategia volta a creare instabilità e a preparare il terreno per possibili interventi futuri, ammantati da una narrativa di stampo umanitario.

Un bilancio delle vittime che divide e sconvolge

La contabilità del sangue versato nelle piazze iraniane è oggetto di stime discordanti, nessuna delle quale, tuttavia, riesce a mitigare la gravità degli eventi. Fonti non ufficiali e difficilmente verificabili parlano di un numero di morti che raggiungerebbe addirittura le dodicimila unità, cadute sotto il fuoco delle Guardie della Rivoluzione e di altre milizie affiliate al potere. Altre valutazioni, seppur più caute, restituiscono comunque un quadro agghiacciante: si parla infatti di oltre tremila persone uccise, un dato che, per dare un'idea della portata, supera già il numero delle vittime degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. Queste cifre, al di là della loro esattezza, testimoniano l’intensità di una repressione che non conosce soste.

La cronaca nera e il lavoro delle inchieste

Accanto alle proteste di piazza e alla violenza che le accompagna, procedono anche le indagini su specifici episodi di cronaca nera che hanno scosso il paese. Le autorità giudiziarie stanno lavorando su diversi casi, cercando di ricostruire dinamiche e responsabilità in eventi che hanno causato la morte di cittadini. Senza scendere in dettagli espliciti che possano turbare la sensibilità dei lettori, si può affermare che gli sviluppi di queste inchieste sono seguiti con attenzione, poiché potrebbero gettare ulteriore luce sulle modalità operative delle forze di sicurezza e sulle condizioni in cui avviene la contestazione al regime. Il percorso verso una piena verità giudiziaria, come spesso accade in simili frangenti, si presenta lungo e irto di ostacoli.

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