Rolex e Cartier, il tempo si veste di nuovo a Ginevra tra centenari e mercato che trattiene il respiro
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Cent’anni dopo, quell’intuizione nata in una officina londinese – la cassa Oyster, prima a essere sigillata ermeticamente, capace di tenere fuori polvere e acqua come nessuno aveva mai fatto prima – torna a fare da spartiacque. Lo fa nel modo che Hans Wilsdorf, il fondatore, probabilmente non avrebbe nemmeno osato immaginare: non più come un semplice brevetto tecnico, ma come il pilastro narrativo delle novità Rolex svelate oggi a Ginevra, in occasione del Watches and Wonders 2026. L’orologio da polso, lo si ricorda, non fu certo un’invenzione improvvisa, ma fu proprio quell’esemplare degli anni Venti a trasformare un accessorio elegante in uno strumento di affidabilità meccanica. E adesso, a distanza di un secolo, la manifattura svizzera riparte da lì: da una scatola d’acciaio nata per resistere, diventata poi un’intera collezione, e infine un simbolo. Nessuna celebrazione retorica, però, nei padiglioni del Palexpo. Piuttosto, una dichiarazione di continuità, mentre intorno l’industria orologiera trattiene il fiato.
Cartier, il lessico delle forme come atto culturale
Se Rolex gioca la carta dell’anniversario, Cartier risponde nel modo che le è più proprio: rimettendo in scena il proprio vocabolario estetico come se fosse un evento culturale, non una sfilata di prodotto. Il titolo scelto per il press kit – “Cartier, orologiaio delle forme, maison virtuosa di savoir-faire” – non lascia spazio a fraintendimenti. Non si parla soltanto di meccanismi o di cassa in oro. Si parla di un linguaggio, quello che ha partorito linee iconiche come Crash, Roadster e Santos, e che oggi viene riproposto senza nostalgismi ma con una consapevolezza quasi archeologica. Crash, lo si sa, nacque da un incidente – o meglio, da un cassa deformata dal fuoco – e divenne un culto. Roadster, invece, fu l’interpretazione sportiva di un’eleganza disinvolta. E Santos, il primo orologio da polso maschile della storia (1904), continua a essere il ponte tra aviazione e alta oreficeria. In questa edizione 2026, la Maison non si limita a presentare modelli aggiornati: riscrive il proprio alfabeto visivo con una tale densità di riferimenti interni da sembrare un trattato. Peccato che, fuori dalle mura del salone, il mercato non sia altrettanto generoso.
Sessantacinque espositori e un contesto che frena
Watches and Wonders 2026 apre ufficialmente i battenti con un dato che colpisce: sessantacinque marchi presenti, numero in leggera crescita rispetto all’anno scorso, ma con un’atmosfera decisamente più guardinga. Da martedì a venerdì l’esposizione è riservata a stampa e addetti ai lavori, mentre da sabato aprirà al pubblico. La macchina organizzativa funziona, i padiglioni del Palexpo brillano come sempre, eppure aleggia una consapevolezza scomoda: il settore orologiero svizzero, dopo anni di crescita a doppia cifra, ha cominciato a rallentare. I numeri parlano chiaro: nel 2025 l’export ha segnato un -1,7% a valore e un -4,8% a volume. Cina e Stati Uniti, due mercati tradizionalmente insaziabili di acciaio e oro, hanno mostrato segni di stanchezza. Le ragioni? Un mix di inflazione persistente, tassi alti e una normalizzazione dei consumi dopo il boom post-pandemico. Così, mentre gli orologi da polso continuano a sognare, chi li produce si prepara a un 2026 descritto come “normalizzazione selettiva”: riprenderanno solo i marchi più forti, quelli con un’identità inattaccabile.
Creatività e sogno contro la frenata del mercato
La strategia, in fondo, è vecchia quanto l’orologeria stessa: puntare sulla creatività e sul sogno per tenere testa a una realtà economica instabile. I brand più solidi, Rolex e Cartier in testa, lo sanno bene. Non a caso le novità presentate in questa prima giornata ginevrina sembrano fatte apposta per ricordare al pubblico che un orologio non è solo un asset, non è solo un investimento – parola che negli ultimi anni ha finito per soffocare il piacere meccanico – ma soprattutto un oggetto narrativo. La cassa Oyster compie cent’anni, e Rolex la celebra non con un modello celebrativo fine a sé stesso, ma rilanciandone i principi fondativi: robustezza, ermeticità, leggibilità. Cartier, dal canto suo, riporta al centro la propria abilità nel modellare il metallo come fosse argilla. Eppure, fuori dal salone, le previsioni restano caute. Gli analisti parlano di ripresa solo per i marchi con un posizionamento chiaro e una capacità di generare desiderio indipendentemente dal ciclo economico. Gli altri, quelli senza una storia altrettanto solida alle spalle, probabilmente dovranno accontentarsi di assistere.




