Il petrolio sfonda il tetto dei 100 dollari e il mercato trattiene il respiro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il prezzo del greggio ha improvvisamente accelerato la sua corsa, riportando il barile del West Texas Intermediate oltre la soglia psicologica dei cento dollari per la prima volta dall’estate del 2022. Un balzo in avanti, quello registrato nelle ultime ore, che ha visto il greggio americano guadagnare circa il quindici per cento, attestandosi sui 104,61 dollari, e che segue un incremento settimanale del trentasei per cento; contestualmente, il Brent, il greggio di riferimento per i mercati europei, ha fatto segnare un progresso del dieci per cento, portandosi a 102,20 dollari al barile. L’innesco di questa impennata, secondo quanto rimarcano analisti e trader interpellati dalle agenzie, è da ricercarsi nell’acuirsi delle ostilità in Medio Oriente e, in particolare, nei raid condotti da Israele contro infrastrutture petrolifere nella capitale iraniana, con depositi di carburante e impianti di stoccaggio finiti nel mirino degli attacchi. Un’escalation, questa, che ha riacceso i timori legati alla stabilità degli approvvigionamenti energetici globali, in una regione che resta cruciale per le forniture mondiali.

L’ombra di un conflitto esteso e la chiusura di Hormuz

L’elemento che maggiormente preoccupa gli operatori del settore, e che contribuisce ad alimentare la volatilità delle quotazioni, è la possibile durata del conflitto e le sue ripercussioni sul trasporto marittimo del greggio. Lo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato attraverso cui transita circa un quinto del petrolio consumato quotidianamente sul pianeta, è finito al centro delle speculazioni: sebbene non si possa parlare di una chiusura ufficiale, le attività di trasporto risultano di fatto paralizzate, con diversi produttori dell’area – si parla degli Emirati Arabi Uniti, del Kuwait e dell’Iraq – che hanno già annunciato riduzioni della produzione a causa dell’impossibilità di smistare il greggio via mare. Le immagini degli impianti in fiamme a Teheran, con le colonne di fumo che oscurano il cielo e che secondo alcuni inviati lasciano cadere una pioggia mista a petrolio, fanno il giro del mondo e contribuiscono a un clima di incertezza che gli investitori non vivevano dai tempi dell’invasione russa dell’Ucraina, quattro anni fa.

La reazione a caldo di Washington e il malumore della Casa Bianca

Non sono mancate, nel corso delle ultime ore, le reazioni da parte dell’amministrazione americana; il ministro dell’Energia, Chris Wright, intervenuto in una trasmissione televisiva, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, affermando che lo Stretto di Hormuz riaprirà «presto» e che, in ogni caso, al mondo non mancano le risorse di petrolio e gas. Ma la posizione pubblica dell’esecutivo sembra nascondere qualche crepa nei rapporti con l’alleato israeliano. Stando a quanto ricostruito da alcuni media statunitensi, alla Casa Bianca non avrebbero affatto gradito la portata degli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane: ci si aspettava un’operazione limitata, e invece i raid israeliani hanno preso di mira decine di depositi di carburante, provocando un’escalation che ha fatto schizzare il prezzo del greggio. Un consulente della presidenza, interpellato in proposito, avrebbe confidato alla stampa che a Trump non piace vedere colpiti gli impianti petroliferi, perché «bruciare il petrolio» ricorda alla popolazione l’aumento dei prezzi alla pompa e finisce per ritorcersi contro l’amministrazione, in un periodo politicamente delicato. Lo stesso presidente, d’altronde, pur minimizzando l’accaduto sui suoi canali social – dove ha definito l’aumento del greggio un «piccolo prezzo da pagare» per la sicurezza e la pace – non ha nascosto il suo disappunto per le modalità con cui Israele ha condotto le operazioni.

I mercati asiatici tremano e le borse chiudono in pesante calo

Il contagio della paura si è esteso immediatamente ai mercati azionari del Vecchio continente e, con il precipitare della situazione, le prime avvisaglie di un possibile tracollo finanziario sono arrivate dall’Asia. Le Borse della Cina continentale e di Hong Kong, all’avvio delle contrattazioni dopo la pausa del fine settimana, hanno registrato flessioni marcate, con l’indice Hang Seng di Hong Kong che ha lasciato sul terreno il 2,65 per cento, mentre gli indici di Shanghai e Shenzhen hanno ceduto rispettivamente lo 0,62 e l’1,78 per cento. Un segnale inequivocabile di come l’aumento del costo dell’energia venga percepito come una minaccia concreta per la crescita globale, capace di frenare gli scambi commerciali e di comprimere i margini delle imprese. Il greggio, nel frattempo, ha continuato la sua rincorsa, toccando in alcuni momenti della giornata punte superiori ai 112 dollari al barile, in un contesto in cui gli analisti finanziari hanno iniziato a scomodare termini come «panico» e «acquisti di copertura» per descrivere l’andamento febbrile delle transazioni.

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