Il giudice federale blocca l’inchiesta contro Powell e accusa Trump: "Voleva piegarlo alla sua volontà"
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Redazione Economia
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Una decisione giudiziaria destinata a lasciare il segno, e non solo sui delicati equilibri del sistema monetario americano, arriva dal distretto di Washington dove il giudice James Boasberg, lo stesso che in passato si era già trovato a contrastare le iniziative dell’amministrazione, ha letteralmente fatto a pezzi l’impianto accusatorio costruito intorno al presidente della Federal Reserve. L’indagine penale a carico di Jerome Powell, voluta e promossa dall’ufficio della procuratrice Jeanine Pirro – fedelissima di Donald Trump – per presunte irregolarità legate alla ristrutturazione miliardaria della sede centrale della Banca centrale americana, è stata dichiarata nulla, con il giudice che ha definito le citazioni a comparire, quei subpoena che erano stati notificati all’istituto, come un atto sostanzialmente intimidatorio.
Non si tratta, e questo è il punto centrale dell’intera vicenda, di una semplice archiviazione per vizi procedurali o per mancanza di prove tecniche, bensì di una bocciatura che affonda le radici nell’abuso di potere e nella volontà esplicita di piegare l’autonomia della banca centrale al volere politico della Casa Bianca. Nelle ventisette pagine della sua ordinanza, Boasberg ha messo nero su bianco un concetto chiarissimo: esiste un’abbondanza di elementi, una vera e propria montagna di prove secondo la sua espressione, che porta a concludere come l’unico scopo di quell’indagine fosse quello di molestare e fare pressione su Powell, costringendolo ad assecondare le richieste del presidente sui tassi d’interesse oppure a rassegnare le dimissioni. Di fronte a questa mole di indizi, ha proseguito il giudice, il governo non ha prodotto alcuna prova concreta che Powell avesse commesso un reato, se non quello, evidentemente, di aver dispiaciuto il presidente.
La decisione di Boasberg, che arriva in un momento di particolare tensione geopolitica con il prezzo del petrolio alle stelle e le attese per un taglio del costo del denaro che si fanno sempre più incerte, rappresenta una sonora sconfitta personale per Trump, il quale aveva fatto della sostituzione del presidente della Fed uno dei suoi cavalli di battaglia. Il tycoon, tornato alla Casa Bianca, non ha mai nascosto il suo desiderio di avere alla guida dell’istituto centrale una figura più malleabile, come Kevin Warsh, l’ex governatore nominato per succedere a Powell il cui mandato scadrà a maggio. Tuttavia, come spesso accade quando si forza la mano, le conseguenze rischiano di rivelarsi autodistruttive: il senatore repubblicano Thom Tillis, infatti, ha già ribadito la sua intenzione di bloccare qualsiasi nomina alla Fed, compresa quella di Warsh, fino a quando questa inchiesta pendente sul presidente uscente non sarà definitivamente archiviata.




