Fiber Switch On, l’analisi della Luiss: la sfida non è più il rame ma le competenze digitali

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il passaggio epocale dalla vecchia rete in rame alla fibra ottica, un’infrastruttura che per essere definita tale deve arrivare direttamente fino alle abitazioni e nelle imprese, non rappresenta soltanto una mera questione tecnica di ammodernamento della rete, bensì un vero e proprio moltiplicatore di ricchezza per l’intero sistema-Paese. Se n’è discusso approfonditamente nel corso dell’evento “Fiber Switch On: l’accesso al futuro è adesso”, un incontro ospitato nel pomeriggio di lunedì 16 febbraio presso il Campus di Viale Pola dell’Università Luiss Guido Carli, durante il quale il Centro di Ricerca in Strategic Change “Franco Fontana” ha presentato una serie di analisi e ricerche, tra cui spicca lo studio “Fiber for human value”, per fotografare lo stato dell’arte della connettività ultraveloce nel nostro Paese. Il rettore dell’ateneo, Paolo Boccardelli, intervenuto in apertura dei lavori, ha sottolineato con forza come la digitalizzazione, e la fibra ne rappresenta il sistema nervoso, costituisca ormai un volano imprescindibile per innescare quei circuiti virtuosi di efficienza, innovazione e produttività senza i quali diventa complicato competere nel contesto internazionale.

Investimenti, occupazione e il paradosso della bassa adozione

I dati presentati nel corso del convegno, e in particolare quelli emersi dal report curato da Deloitte dal Titolo “Lo switch-on della fibra FTTH: impatti economici e occupazionali per l’Italia”, disegnano un quadro a dir poco incoraggiante per quanto concerne il ritorno economico degli investimenti. Analizzando le cosiddette aree bianche, quei territori più remoti o periferici dove il mercato privato da solo non sarebbe intervenuto e dove invece la fibra è arrivata grazie ai fondi pubblici del Piano Banda Ultralarga, la ricerca quantifica in modo inequivocabile il beneficio: per ogni singolo euro investito nella realizzazione della rete, si generano 4,4 euro di Prodotto Interno Lordo. Un impatto moltiplicativo che, secondo le stime, si è già tradotto nella creazione di oltre 250mila posti di lavoro e in un contributo aggiuntivo al PIL superiore ai 16 miliardi di euro. Numeri, questi, che testimoniano come l’infrastruttura non sia un semplice costo, ma un investimento strategico in grado di attivare risorse e competenze, riducendo al contempo quel fenomeno di spopolamento che affligge molte aree interne del Paese.

Eppure, nonostante questi dati lusinghieri, l’Italia si trova a dover fare i conti con una contraddizione che gli esperti hanno definito il “paradosso della digitalizzazione”. Se da un lato, infatti, la copertura infrastrutturale ha raggiunto livelli d’eccellenza, sfiorando il 78% delle famiglie – come ha ricordato nel suo video messaggio Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla Trasformazione Digitale, con 18,4 milioni di nuclei familiari ormai raggiunti – dall’altro lato il tasso di adozione effettiva della fibra ottica rimane drammaticamente basso, fermo a poco più del 25%. Significa che, al netto della disponibilità della rete, una larga fetta di cittadini e imprese continua a viaggiare su tecnologie obsolete, sottoutilizzando un potenziale che invece potrebbe cambiare radicalmente il loro modo di lavorare e di vivere. È questo il nodo cruciale su cui Boccardelli ha richiamato l’attenzione: non si tratta più di posare cavi, ha spiegato, ma di “accendere” la consapevolezza.

L’ostacolo delle competenze e la necessità di spegnere il rame

Il freno a mano tirato, che impedisce al Paese di sfruttare appieno l’autostrada digitale costruita negli ultimi anni, si chiama competenze. Il livello di alfabetizzazione digitale degli italiani, attestato intorno al 44%, è significativamente al di sotto della media europea del 55% e, come è emerso dall’analisi condotta dalla Luiss, rappresenta una barriera culturale e sociale ben più difficile da abbattere rispetto a quella puramente infrastrutturale. Il rettore Boccardelli ha parlato esplicitamente della necessità di introdurre un vero e proprio diritto alla formazione, perché solo attraverso l’upskilling e il reskilling della popolazione si potrà garantire quella piena partecipazione alla vita economica e democratica del Paese che altrimenti rischierebbe di rimanere un privilegio per pochi. A questo si aggiunge, ha proseguito, il tema dello switch-off dei servizi analogici: occorre avere il coraggio di superare le modalità tradizionali, spingendo la pubblica amministrazione e il sistema delle imprese verso una logica pienamente digitale, accompagnando però questa transizione con un forte sostegno formativo per le fasce più fragili, che potrebbero altrimenti percepire il cambiamento come una minaccia anziché come un’opportunità.

E poi c’è la questione ambientale, tutt’altro che secondaria. Lo spegnimento definitivo delle obsolete reti in rame, come ha evidenziato la ricerca del Politecnico di Torino presentata durante l’evento da Michela Meo, non è solo un imperativo tecnologico o economico, ma rappresenta una scelta obbligata per ridurre l’impronta ecologica del settore delle telecomunicazioni. I dati parlano chiaro: la migrazione alla fibra ottica comporta una riduzione dei consumi energetici pari all’86%, un taglio drastico che equivale a togliere dalla circolazione le emissioni annue di circa 80mila automobili. Ogni anno che si perde nel completare questa migrazione, ha ammonito la professoressa Meo, si traduce in un costo ambientale diretto e in un’occasione mancata per liberare risorse – quelle oggi spese per mantenere in vita tecnologie energivore – che potrebbero essere reinvestite in innovazione e miglioramento della qualità del servizio. Una leva, quella della sostenibilità, che aggiunge un ulteriore e decisivo tassello all’urgenza di completare al più presto la transizione verso un’Italia interamente cablata in fibra.

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