Cina, surplus commerciale da record nel 2025 nonostante le tensioni con Washington
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Redazione Economia
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La Cina ha chiuso il 2025 consolidando la sua egemonia commerciale con un surplus storico, il quale, superando per la prima volta la soglia psicologica dei mille miliardi, si è attestato a 1.189 miliardi di dollari. Questo risultato, che segna un incremento del venti percento su base annua, emerge nonostante il persistente scenario di frizione con gli Stati Uniti, dove Donald Trump è tornato alla guida della Casa Bianca, e dimostra una resilienza delle esportazioni cinesi che molti osservatori non si aspettavano. Le esportazioni, infatti, sono cresciute del 5,5% raggiungendo i 3.770 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono rimaste sostanzialmente stabili a 2.580 miliardi, indicando una domanda esterna per i prodotti manifatturieri del paese ancora robusta. Il valore totale degli scambi di merci, calcolato in yuan, ha toccato il record assoluto di 45.470 miliardi, confermando Pechino come principale attore globale negli scambi di beni.
I nuovi assi strategici della crescita
L’analisi della composizione degli scambi, la quale rivela cinque caratteristiche chiave, evidenzia come la crescita non sia stata omogenea ma guidata da settori strategici e da una diversificazione dei partner. Le esportazioni, che in yuan hanno visto un balzo del 6,1% fino a 26.990 miliardi, hanno beneficiato di una domanda sostenuta per tecnologie avanzate, veicoli elettrici e l’intera filiera delle energie rinnovabili, settori sui quali Pechino ha concentrato ingenti investimenti pubblici nel corso dell’ultimo decennio. Questo shift verso beni a maggior valore aggiunto, i quali sostituiscono progressivamente le tradizionali esportazioni di massa a basso costo, permette alla Cina di mantenere un vantaggio competitivo difficile da erodere nel breve periodo, persino attraverso l’imposizione di dazi doganali.
La contesa tecnologica al centro delle accuse
Proprio in questo quadro di successo commerciale, le autorità cinesi hanno lanciato un’accusa diretta a Washington, definendo le sue politiche un “saccheggio economico” nei confronti di Taiwan. Il riferimento, per quanto non esplicito nel comunicato ufficiale, è trasparentemente volto alla crescente pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), il colosso dei chip essenziale per le catene di approvvigionamento globali. Pechino punta il dito contro la strategia industriale americana, che attraverso incentivi e misure protezionistiche cerca di riportare sul suolo nazionale produzioni ad alta tecnologia, un movimento interpretato come un tentativo di contenere lo sviluppo cinese. La questione di Taiwan, che Pechino considera una provincia separatista, diviene così il perno di una guerra economica più ampia, nella quale il controllo delle tecnologie critiche rappresenta il premio finale.
Le tariffe di Trump e una bilancia inattaccabile
Il dato forse più significativo, che getta una luce cruda sulle reali dinamiche del commercio globale, è l’evidente inefficacia, almeno su scala macroeconomica, delle barriere tariffarie elevate dall’amministrazione Trump. Quelle tariffe, inizialmente molto alte e poi parzialmente ridotte nel corso di lunghe e complesse trattative, non hanno intaccato la performance complessiva dell’export cinese nel 2025. Ciò si spiega, da un lato, con la capacità delle imprese di riorganizzare le catene del valore e di trovare nuovi sbocchi di mercato e, dall’altro, con la dipendenza strutturale di molti economie, compresa in parte quella statunitense, da beni intermedi e finiti made in China. Il surplus record, pertanto, non è solo un numero ma un indicatore di come gli equilibri della globalizzazione, sebbene sotto stress, siano profondamente radicati e difficili da ribaltare con il solo strumento dei dazi, lasciando aperta la questione di quale sarà il prossimo passo nella contesa tra le due superpotenze.




