Messina, l’addio della città a Daniela Zinnanti tra lacrime e una folla silenziosa
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Redazione Interno
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Il Duomo di Messina, stracolmo di gente, ha ospitato nel pomeriggio i funerali di Daniela Zinnanti, la cinquantenne uccisa la notte del 9 marzo scorso – o forse sarebbe più preciso dire il 10 marzo, considerando l’orario in cui la figlia ne scoprì il Corpo senza vita – dall’ex compagno Santino Bonfiglio, un uomo di 67 anni che all’epoca del delitto si trovava agli arresti domiciliari. Una folla composta non solo da familiari e amici, ma anche da tanti cittadini comuni, ha voluto esserci per testimoniare una vicinanza che andasse oltre le parole, riempiendo la cattedrale e poi, più tardi, la piazza antistante per una fiaccolata silenziosa. In chiesa, il dolore aveva il volto dei figli della vittima, Gaetano e Roberta: quest’ultima, incinta, si è avvicinata alla bara, coperta di rose bianche e azzurre, e dopo aver baciato la foto della madre si è inginocchiata, restando per qualche istante appoggiata al feretro con le lacrime che le rigavano il viso, in un gesto di intimità straziante che ha stretto il cuore dei presenti.
L’omelia dell’arcivescovo e il riferimento a un’altra tragedia
Monsignor Giovanni Accolla, officiante del rito insieme al vescovo Cesare Di Pietro, ha pronunciato un’omelia che ha toccato le corde profonde di una comunità ferita, ricordando come non sia ancora trascorso un anno da un altro efferato delitto che sconvolse la città, l’omicidio della studentessa Sara Campanella, avvenuto il 31 marzo del 2025. «È sconvolgente – ha detto l’arcivescovo – dover constatare che non è passato un anno e già ci troviamo a piangere un’altra donna uccisa dalla violenza, e questo significa che abbiamo perso il senso dell’umanità, che la nostra vita comunitaria è mortificata». Un passaggio, questo, che ha voluto sottolineare la recidiva di una piaga sociale che non accenna a fermarsi, nonostante le apparenze e le condanne pubbliche. Accolla ha poi aggiunto come il sacrificio di Daniela non possa essere considerato inutile, ma debba diventare un monito e, al tempo stesso, un’offerta a Dio, nella speranza che il suo spirito venga accolto dal Padre e che da tanto dolore possa nascere una riflessione collettiva capace di cambiare il cuore degli uomini.
La figlia: “Tra poco saresti diventata nonna, ti faremo giustizia”
Uno dei momenti più toccanti della cerimonia è stato quando la parola è passata ai familiari, e in particolare a Roberta, la figlia di Daniela, che ha voluto leggere un messaggio direttamente dall’altare, davanti a una folla attonita. «Una parte di me è andata via con te», ha esordito, con la voce rotta dall’emozione, ricordando il rapporto speciale che le legava, fatto di confidenze e di complicità. «Sei stata la testimone del mio matrimonio e tra pochi mesi saresti diventata nonna, e non posso accettare che un mostro, perché solo così si può definire, abbia cancellato questa gioia». Il riferimento era alla sua gravidanza, ormai al settimo mese, e alla dolce attesa che avrebbe dovuto portare nuova vita in famiglia e che invece si è trasformata in un lutto. Roberta ha poi promesso solennemente, tra il silenzio generale, che farà giustizia in nome della madre, affinché orrori del genere non si ripetano più, concludendo con la certezza che un giorno potranno rincontrarsi.
La folla in piazza e la presenza silenziosa dei tifosi
Se all’interno del Duomo le esequie si sono svolte in un clima di raccoglimento e preghiera, all’esterno centinaia di persone hanno atteso la fine della funzione per dare vita a una fiaccolata che, più che un corteo, è stata descritta come una presenza statica e compatta, un abbraccio collettivo materializzatosi sul sagrato con candele accese e striscioni delle associazioni che da tempo si battono contro la violenza di genere. Tra i presenti, oltre a molti cittadini comuni e ai sei fratelli della vittima – quattro maschi e due femmine – c’erano anche l’ex sindaco Federico Basile, la senatrice Dafne Musolino, il commissario straordinario del Comune Piero Mattei, rappresentanti delle forze dell’ordine e perfino una delegazione di tifosi dell’Acr Messina, a testimoniare come il dolore abbia unito pezzi diversi della città. Una rappresentanza della comunità evangelica del centro cristiano “Efraim”, che in passato aveva accolto Daniela, era presente anch’essa, a dimostrazione di quanto la donna fosse conosciuta e voluta bene in vari ambienti.
Il delitto e le falle del sistema di controllo
Mentre la città piangeva, restavano sullo sfondo i contorni giudiziari di una vicenda che ha sollevato più di un interrogativo sulle procedure di controllo. Santino Bonfiglio, l’ex compagno reo confesso, era stato posto ai domiciliari con l’obbligo del braccialetto elettronico dopo l’ennesima denuncia per lesioni e maltrattamenti, presentata dalla stessa Daniela a febbraio dopo un'aggressione che le era costata sette costole rotte e un ricovero in ospedale. L’uomo, che in passato aveva già un provvedimento di ammonimento del questore, era evaso dalla sua abitazione e, senza che nessuno potesse monitorarlo, si era recato da lei per un confronto chiarificatore, armato di un coltello che poi ha usato per colpirla con decine di fendenti. Il dispositivo di controllo, secondo quanto ricostruito, non era ancora stato attivato per la mancanza di braccialetti disponibili, e sarebbe dovuto arrivare – beffa atroce – solo due giorni dopo l’omicidio, lasciando di fatto l’uomo libero di muoversi e di compiere il gesto fatale.




