Klasnic, l’ex calciatore: “Troppi antidolorifici, non so quanto mi resta da vivere”
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Redazione Sport
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Ivan Klasnic, l’ex centravanti croato che ha segnato la storia del Werder Brema e della nazionale del suo paese, affronta oggi una battaglia silenziosa e drammatica, le cui radici affondano proprio negli anni del suo successo sportivo. La sua carriera, costellata di soddisfazioni come la vittoria della Bundesliga nel 2004, è stata infatti accompagnata, secondo la sua ricostruzione, da una somministrazione prolungata di farmaci antidolorifici da parte del club tedesco. Questa pratica, all’epoca considerata quasi fisiologica per garantire la prestazione atletica, avrebbe innescato un processo degenerativo che ha compromesso in modo irreversibile la funzionalità dei suoi reni.
Il crollo fisico e la lotta per la sopravvivenza
La crisi, che ha trasformato la vita dell’atleta, è esplosa nel novembre del 2006, quando gli venne diagnosticata una gravissima insufficienza renale. Una condizione che lo ha immediatamente precipitato in un calvario medico, costringendolo a un primo, infruttuoso, trapianto. L’intervento, eseguito pochi mesi dopo la diagnosi, non diede i risultati sperati, rendendo necessario un secondo, decisivo, trapianto, per il quale fu il padre a donare l’organo che gli ha salvato la vita. Nonostante ciò, la sua condizione di salute rimane estremamente precaria, tanto da costringerlo ancora a sottoporsi a dialisi periodiche e a vivere con l’incubo di un nuovo rigetto.
La denuncia nel documentario
La sua testimonianza, recentemente riproposta in un documentario trasmesso da un’emittente televisiva tedesca, ha riacceso i riflettori su una piaga spesso taciuta del calcio professionistico. Klasnic, con una franchezza che lascia poco spazio all’interpretazione, ha dichiarato che “nessuno sport professionistico, calcio incluso, può funzionare senza un uso sistematico di antidolorifici”. Una prassi che, però, nasconde conseguenze potenzialmente devastanti per la salute degli atleti, i quali, come nel suo caso, non sempre vengono adeguatamente informati dei rischi a lungo termine. “Se avessi saputo le conseguenze”, ha affermato con amarezza, “non li avrei assunti”.
Il sistema e le sue contraddizioni
La vicenda personale di Klasnic, al di là del suo dramma umano, solleva interrogativi più ampi sulle pressioni e sulle logiche che governano lo sport ad alti livelli. L’imperativo di scendere in campo a tutti i costi, di sopportare il dolore per non deludere le aspettative della società e del pubblico, crea un ambiente in cui l’uso di sostanze per mascherare gli infortuni diventa quasi una norma. L’ex calciatore, che oggi a quarantacinque anni non sa quanta vita gli resti, si trova così a essere il simbolo involontario di un malessere diffuso, un monito che risuona mentre il calendario del calcio mondiale continua a espandersi, richiedendo sempre di più ai corpi e allo spirito dei suoi protagonisti.




