Bahamas, i predatori degli abissi contaminati: squali positivi a cocaina, caffeina e antidolorifici
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Redazione Salute
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C’è un’immagine, quella delle acque cristalline delle Bahamas, che da decenni fa da sfondo a un’idea di paradiso incontaminato, di natura preservata dall’avidità umana. Eppure, come spesso accade quando si solleva la patina della superficie – letteralmente, in questo caso – il quadro che emerge è molto più complesso e, per certi versi, inquietante. L’ultimo campanello d’allarme, che rischia di ridisegnare la percezione di questo ecosistema marino tra i più celebri del pianeta, arriva da uno studio coordinato dalla biologa brasiliana Natascha Wosnick, dell’Universidade Federal do Paraná. I ricercatori hanno prelevato campioni di sangue da ottantacinque esemplari di squalo nelle acque intorno all’isola di Eleuthera, un’area che, proprio per la sua biodiversità, è da sempre considerata un modello di integrità ambientale. L’esito delle analisi, pubblicato sulla rivista “Environmental Pollution”, ha rivelato una realtà difficilmente ignorabile: nel sangue di quasi un terzo dei predatori analizzati sono state rinvenute tracce di sostanze che non avrebbero mai dovuto trovarsi lì.
La scoperta, che rappresenta il primo rapporto al mondo sulla presenza di caffeina e paracetamolo in qualsiasi specie di squalo, ha però un’altra faccia ancor più stupefacente. Non si tratta, infatti, di un comportamento anomalo degli animali, di una qualche forma di contaminazione involontaria legata a processi naturali; il quadro è quello di un avvelenamento diffuso, un effetto collaterale diretto delle attività umane lungo le coste. Oltre alla caffeina, sostanza che arriva in mare principalmente attraverso gli scarichi delle acque reflue domestiche (non certo servita in tazzina ai pesci), i biologi hanno identificato nel sangue degli squali tracce di farmaci antidolorifici come il paracetamolo e il diclofenac – un antinfiammatorio che, viene da notare, certo non era stato somministrato per curare un mal di schiena ai predatori marini. E, a rendere il quadro ancor più allarmante, alcuni esemplari sono risultati positivi alla cocaina, una presenza che gli scienziati ipotizzano possa derivare dall’ingestione accidentale di bustine di polvere bianca finite in acqua, magari abbandonate o disperse durante le attività di traffico illegale.
Una contaminazione che viene da lontano, non da un comportamento anomalo
Il dettaglio, se così si può chiamare, di questa inchiesta scientifica risiede proprio nella natura delle sostanze scovate. Non stiamo parlando di inquinanti tradizionali come i metalli pesanti o la plastica, ma di contaminanti emergenti, composti biologicamente attivi progettati per interferire con i processi fisiologici di chi li assume. La loro presenza nell’organismo degli squali, spiegano i ricercatori, è il risultato di un’esposizione recente e indica uno stress metabolico non indifferente. Nelle analisi, infatti, gli esemplari contaminati mostravano alterazioni nei livelli di trigliceridi, urea e lattato – marcatori che rivelano una condizione di stress e un dispendio energetico anomalo, come se il del pesce stesse letteralmente lavorando per disintossicarsi da sostanze per le quali la sua evoluzione non l’aveva preparato.
Il meccanismo di diffusione di questi agenti chimici, sebbene allarmante, è fin troppo lineare e parla del nostro rapporto con il mare. Le sostanze, nelle varie forme in cui vengono consumate o smaltite dall’uomo, viaggiano attraverso gli scarichi fognari, le acque reflue non trattate e, nel caso della cocaina, anche attraverso il semplice smarrimento di carichi destinati ad altri lidi. Le correnti marine e la vicinanza delle aree di pesca a rotte turistiche o di crociera fanno il resto, trasformando un angolo di paradiso in un recettore passivo dei nostri scarti farmaceutici. Non si tratta di un caso isolato né di una novità assoluta, se si pensa che ricerche precedenti avevano già trovato tracce di cocaina in squali al largo delle coste del Brasile; ma la conferma che ciò avvenga anche alle Bahamas, luogo simbolo di una natura selvaggia e pura, impone una riflessione più ampia sulla resilienza degli ecosistemi marini.
Dalla caffeina alla cocaina, il rischio di una contaminazione silenziosa
È la varietà stessa delle sostanze rinvenute a raccontare la capillarità del problema: un mosaico chimico che spazia dal consumo quotidiano (la caffeina) alla terapia farmacologica (antidolorifici e antinfiammatori), fino alla droga illegale. Gli squali, in quanto predatori ai vertici della catena alimentare, agiscono come veri e propri bioindicatori; la loro salute, insomma, riflette lo stato di salute dell’intero ambiente marino. La loro capacità di mordere oggetti per esplorarli, come ha spiegato la stessa Wosnick, li rende particolarmente vulnerabili all’ingestione di bustine sigillate, ma è l’esposizione cronica a queste sostanze diluite nell’acqua a rappresentare forse la minaccia più insidiosa.
A destare preoccupazione non è soltanto la presenza di queste molecole, ma l’assenza totale di dati sugli effetti a lungo termine. Se per un essere umano gli effetti di uno stimolante come la cocaina o di un oppiaceo sono ampiamente noti, per uno squalo ci si muove nel buio più totale. Gli studiosi, nel loro report, si sono limitati a fotografare una realtà oggettiva: l’inquinamento marino ha raggiunto un livello tale che nemmeno i luoghi più remoti e apparentemente preservati sono più al sicuro. La colpa, sottolineano gli esperti senza mezzi termini, è esclusivamente umana, frutto di una gestione inadeguata dei rifiuti e di un turismo costiero che spesso dimentica l’impronta chimica che lascia dietro di sé.
Si tratta di un cambiamento silenzioso, che non altera le coreografie subacquee né cambia il colore dell’acqua, ma che insinua un tarlo nella narrazione di un ecosistema intatto. Il fatto che gli squali nuotino con tracce di antidolorifici nel sangue, senza che vi sia una ragione fisiologica per assumerli, racconta una storia di osmosi ambientale: i confini tra la terraferma e l’oceano, quando si parla di inquinamento chimico, sono molto più labili di quanto si pensi. E mentre i riflettori restano accesi sulle grandi questioni climatiche, questa scoperta rivela come la contaminazione molecolare stia già ridisegnando silenziosamente la chimica interna degli abitanti del mare, in un angolo del mondo che avremmo voluto credere immune.




