Volkswagen, il piano da 100mila licenziamenti e l'incognita del futuro di Ducati
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Redazione Economia
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Il colosso automobilistico tedesco, Volkswagen, ha ottenuto l'approvazione del consiglio di sorveglianza per un piano di ristrutturazione epocale che, tra le altre cose, prevede il taglio di circa 100.000 posti di lavoro entro la fine del decennio, un intervento che rappresenta la più grande riorganizzazione mai vista nell'industria automotive mondiale.
La mossa, caldeggiata dall'amministratore delegato Oliver Blume e fortemente voluta dagli azionisti di riferimento come le famiglie Porsche e Piech, ha ricevuto il via libera nella tarda serata di giovedì, segnando il culmine di una trattativa durissima con i sindacati che si sono visti costretti ad accettare una mediazione per evitare, almeno per ora, uno scontro frontale e la chiusura immediata di stabilimenti storici.
Il sindacato, come Ig Metall, rivendica di aver scongiurato il peggio, ma la definizione di una "tregua" lascia presagire che la partita per il futuro del gruppo è tutt'altro che chiusa.
L'accordo sui licenziamenti e le clausole per il futuro
L'accordo siglato prevede l'eliminazione di ulteriori 50.000 posti di lavoro a livello globale, che vanno ad aggiungersi ai 50.000 già previsti da un precedente piano di risparmio, portando il totale dei tagli a quota 100.000, pari a circa il 15% della forza lavoro complessiva del gruppo. La decisione è stata presa per far fronte a una concorrenza sempre più aggressiva da parte dei costruttori cinesi, ai dazi statunitensi e a una domanda di veicoli elettrici che si è rivelata altalenante e al di sotto delle aspettative.
L'azienda, in una nota, ha parlato della necessità di "adeguare sistematicamente i livelli occupazionali alle realtà economiche", ma la vera posta in gioco è la sopravvivenza di quattro stabilimenti tedeschi situati ad Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm, il cui destino resta appeso a un filo.
La loro chiusura, che per il management è una concreta possibilità, è stata scongiurata in questa fase, ma è stata vincolata al raggiungimento di un risparmio annuo di 1,5 miliardi di euro e alla ricerca di "usi alternativi" per i siti produttivi che, altrimenti, chiuderanno i battenti entro il 2034.
La reazione dei sindacati e l'ombra di una "tregua" armata
Il fronte sindacale, pur avendo dato il proprio assenso, non ha nascosto la preoccupazione e la sensazione che questo accordo rappresenti solo un momento di pausa in un conflitto destinato a riesplodere.
Christiane Benner, vicepresidente del consiglio di sorveglianza e leader di Ig Metall, ha dichiarato che il consiglio di amministrazione ha ora le basi per affrontare le sfide, ma le tutele contro i licenziamenti forzati rimarranno in vigore solo fino al 2030, mentre il destino degli stabilimenti sarà riesaminato già nel 2027 per verificare il raggiungimento degli obiettivi di risparmio.
Secondo fonti vicine alle trattative, riportate da Repubblica, il consiglio di amministrazione e gli azionisti erano determinati a forzare la mano, anche convocando un'assemblea straordinaria per neutralizzare la minoranza di blocco rappresentata dalla Bassa Sassonia, il Land che detiene il 20% delle azioni e due seggi nel consiglio di sorveglianza.
Questo clima di tensione lascia intendere che la cogestione, da sempre un pilastro del modello industriale tedesco, potrebbe essere messa in discussione e che lo scontro potrebbe riproporsi con modalità ancora più aspre, anche in considerazione delle imminenti elezioni in Sassonia-Anhalt.
Ducati nel mirino: la ristrutturazione del portafoglio partecipazioni
Il piano di ristrutturazione, però, non riguarda solo la manodopera ma anche il perimetro stesso del gruppo Volkswagen, che detiene oltre 2.000 partecipazioni in tutto il mondo. Per razionalizzare i costi e concentrarsi sul core business, il management avrebbe individuato circa 750 asset potenzialmente cedibili, e tra questi il nome che fa più discutere in Italia è quello di Ducati.
Il marchio di Borgo Panigale, controllato attraverso Audi, sarebbe tra le società che il gruppo potrebbe decidere di valorizzare attraverso una vendita totale o parziale, e secondo le indiscrezioni pubblicate da Il Resto del Carlino, Volkswagen avrebbe già iniziato a coinvolgere banche d'affari per valutare le opzioni disponibili.
L'ipotesi di una cessione della casa motociclistica, che sta celebrando i suoi 100 anni di storia, ha subito suscitato l'allarme delle istituzioni locali, con il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che ha scritto al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, per chiedere l'attivazione di un tavolo di confronto.
Le rassicurazioni di Domenicali e le richieste della politica
L'amministratore delegato di Ducati, Claudio Domenicali, interpellato sulla vicenda, ha cercato di smorzare i toni sottolineando la solidità e la sanità dell'azienda, che si trova nel "momento più bello della sua storia", ma ha ammesso di non avere "informazioni certe da commentare".
Pur ribadendo la capacità dell'azienda di finanziare autonomamente il proprio piano industriale e la volontà di restare radicata a Borgo Panigale, Domenicali non ha potuto smentire le indiscrezioni, anche perché il gruppo tedesco ha scelto di non fornire smentite ufficiali.
Dal canto suo, il presidente de Pascale ha sollecitato un intervento del governo italiano, definendo Ducati "non una partecipazione industriale come le altre" e chiedendo di verificare direttamente con la proprietà l'effettiva portata del piano di riorganizzazione, per scongiurare il rischio che una delle eccellenze del Made in Italy possa finire in mani straniere.
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