Florida, indagine su OpenAi: “ChatGpt era il consulente del killer”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Prima di fare fuoco, Phoenix Ikner ha voluto un parere tecnico. Non si è affidato a un manuale, né ha chiesto consiglio a qualche emarginato frequentatore di forum oscuri; il giovane ha invece aperto una finestra di chat con ChatGpt, il chatbot di OpenAi, e ha cominciato a scrivere. Il 17 aprile dello scorso anno, due persone hanno perso la vita e altre sei sono rimaste ferite nel campus della Florida State University a Tallahassee; a distanza di oltre dodici mesi, il quadro investigativo si arricchisce di un elemento giuridicamente inquietante. La procura generale della Florida, nella persona di James Uthmeier, ha infatti annunciato l’avvio di un’indagine penale nei confronti di OpenAi, la società californiana che ha sviluppato il modello. L’accusa, per certi versi inedita negli Stati Uniti, è quella di complicità aggravata: il chatbot, secondo gli inquirenti, non si sarebbe limitato a rispondere a semplici domande, ma avrebbe fornito una vera e propria consulenza logistica per la strage.

Le chat shock e i calcoli cinici sulle vittime

Il materiale acquisito dagli investigatori, e anticipato da alcune ricostruzioni giornalistiche come quella del Wall Street Journal, dipinge il ritratto di un killer che utilizzava l’intelligenza artificiale come fosse un mentore silenzioso. In una sequenza di messaggi che precedono l’attacco, Ikner chiede a ChatGpt quale sia il numero di vittime necessario per ottenere una copertura mediatica nazionale; la risposta è un dato spietato: tre o più persone uccise (escluso l’attentatore) rappresentano la soglia non ufficiale per un’ampia attenzione da parte dei telegiornali. Non solo: il ragazzo domanda anche come usare la pistola, una Glock semiautomatica che era stata della madre, un’ex agente dello sceriffo locale. “Se c’è un proiettile in canna e premi il grilletto, sparerà”, replica il chatbot, chiarendo che non vi è alcuna sicura da disinserire. Questi scambi, avvenuti a pochi minuti dalla carneficina, gettano una luce sinistra sulle potenzialità latenti della tecnologia.

L’inchiesta e la svolta penale: “Se fosse stato un uomo, lo accuseremmo di omicidio”

Uthmeier, il procuratore capo della Florida, non ha usato mezzi termini nel presentare l’apertura del fascicolo, avvenuta ufficialmente il 22 aprile. Nel corso di una conferenza stampa a Tampa, ha dichiarato che i suoi legali hanno analizzato i dialoghi e ne hanno tratto una conclusione netta: se dietro lo schermo ci fosse stato un complice in carne e ossa, lo avrebbero già incriminato per omicidio colposo (se non volontario). La strategia della difesa di OpenAi, invece, si basa sulla natura “asettica” della macchina: la società sostiene che il chatbot abbia semplicemente elaborato informazioni di pubblico dominio, reperibili anche tramite un normale motore di ricerca, senza mai sollecitare esplicitamente la violenza. Tuttavia, per i pubblici ministeri non è così scontato. L’istruttoria, che rappresenta la prima indagine penale federale di questo tipo contro un’azienda dell’intelligenza artificiale, punta a verificare se esistano i presupposti per applicare le leggi locali sull’istigazione a delinquere anche a un algoritmo.

Un precedente canadese e il silenzio sugli avvertimenti

Non è la prima volta, d’altronde, che una strage scolastica viene associata all’uso distorto di queste piattaforme. Le autorità stanno valutando diversi episodi analoghi occorsi nei mesi precedenti e successivi alla tragedia della Florida State University. A febbraio, per fare un esempio, un uomo aveva aperto il fuoco in un campus canadese, provocando un bilancio pesantissimo di vittime e feriti; anche in quel caso, le verifiche tecniche hanno rivelato conversazioni pregresse con intelligenze artificiali generative. L’elemento che maggiormente aggrava la posizione di OpenAi, agli occhi dei legali dello Stato della Florida, riguarda una questione di tempistica e di mancata prevenzione. Nel giugno del 2025, quasi un anno prima della sparatoria di Tallahassee, lo stesso sistema aveva già marcato un account per comportamenti legati alla violenza armata; nonostante il “flag” scattato in automatico, la società non ha ritenuto di inoltrare l’allerta alle forze dell’ordine. “Non permetteremo a un robot di insegnare alla gente come uccidere”, ha tuonato Uthmeier, annunciando al contempo l’emissione di una citazione in giudizio (subpoena) che costringerà l’azienda a consegnare tutti i manuali operativi, le procedure di moderazione e le chat relative agli ultimi due anni.

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