Lo Zen di Palermo, tra veleni politici e l'epifania di una messa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nella polveriera dello Zen, dove l’Epifania si prepara ad accogliere la messa dell’arcivescovo Corrado Lorefice nella chiesa di San Filippo Neri, sfregiata due volte dai proiettili, il confronto si è ormai incattivito, trasformando la borgata in un terreno di scontro persino all’interno del centrodestra che guida la città. Mentre la questura, con i suoi ultimi blitz, ha portato alla luce un arsenale di 1.500 bossoli e armi, una parte di Palermo, quella che pratica un razzismo quotidiano e non si limita – come sarebbe sacrosanto – a condannare la violenza ma coltiva pregiudizi, ha fatto sentire la sua voce, alimentando una contrapposizione che trascende la semplice cronaca nera. I cattivi pensieri, in questa epoca, non si nascondono più, anzi vengono esibiti con un malriposto senso di orgoglio, contribuendo a quel clima di tensione che rende la celebrazione di oggi un evento carico di significati sociali oltre che religiosi.

Le parole del presidente Schifani e il peso di un'eredità

A margine della commemorazione per l’ex presidente della Regione Piersanti Mattarella, ucciso quarantasei anni fa, il presidente della Regione Renato Schifani ha voluto rivolgere il suo pensiero allo Zen, quartiere che ha definito “nato male”, sottolineando come quasi tutti i suoi abitanti siano abusivi e siano cresciuti in un degrado che ne ha segnato il destino. Schifani, che si è recato personalmente nella borgata, ha parlato di una “reazione culturale e sociale” da parte di chi, senza colpa, vive situazioni inaccettabili, auspicando un cambiamento concreto. Le sue parole, tuttavia, risuonano in un contesto dove l’azione delle istituzioni, pur presente come ha tenuto a precisare il prefetto, fatica a tradursi in una percezione diffusa di sicurezza e di riscatto, lasciando molti in una condizione di ostaggio.

La testimonianza di chi insegna nella polveriera

Antonio Sanfilippo, nato e cresciuto tra quelle case e oggi insegnante nella scuola “Giovanni Falcone” dello stesso quartiere, conosce bene le criticità di un contesto sempre più complesso, dove la violenza irrompe persino tra i banchi. Tre mesi fa, dopo l’omicidio del ragazzo in via Spinuzza, un alunno avrebbe pronunciato in classe una frase choc, minacciando un compagno con le parole: “Ti faccio fare la fine di Paolo Taormina”. Episodi del genere, che il professore racconta senza enfasi ma con la concretezza di chi vive quella realtà ogni giorno, fotografano un ambiente in cui la legge del più forte sembra a volte sovrastare ogni altro principio, e dove il percorso di chi, come lui, “si è salvato”, appare come un’eccezione piuttosto che una regola.

L'azione dello Stato e il rumore della politica

Mentre il prefetto ribadisce che “l’azione dello Stato c'è”, e le forze dell'ordine continuano il loro lavoro di contrasto, il rischio concreto è che la retorica e la strumentalizzazione soffochino la sostanza dei problemi. Lo Zen, con i suoi drammi e le sue ferite aperte, diventa così un palcoscenico per le vanità politiche, un luogo in cui la ricerca del consenso o la semplice polemica rischiano di offuscare la vista di ciò che davvero occorre: interventi strutturali, educazione, presidio costante e, non ultima, quella capacità di ascoltare chi, nel quartiere, ci vive e ci lavora, cercando di tessere ogni giorno fili di normalità in un tessuto sociale lacerato.

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