Vinitaly, l’Emilia-Romagna scommette sul “sistema” tra vini, piadine gourmet e le preoccupazioni di Cracco

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È bastata l’apertura di una forma speciale di Parmigiano Reggiano Dop, serigrafata per l’occasione, per dare il via ufficiale alle danze nel padiglione 1 di Veronafiere, quello che da anni rappresenta la “casa” della regione in fiera. Novanta gli espositori presenti, un numero in crescita rispetto allo scorso anno, che hanno portato i loro tesori dai Colli Piacentini fino alla Romagna: un’esplosione di rossi, bianchi, fermi e frizzanti che raccontano la varietà di un territorio spesso schiacciato dall’eccessivo clamore dei suoi motori, ma che nella bottiglia trova la sua espressione più autentica. A fare gli onori di casa, durante il taglio del nastro, non potevano mancare i due volti più celebri della cucina italiana, Massimo Bottura e Carlo Cracco, affiancati dalla madrina Simona Ventura e dal presidente della Regione, Michele De Pascale, il quale ha colto l’occasione per consegnare a Cracco la “certificazione” di ambasciatore Food&Wine, un ruolo che lo chef vicentino (ma romagnolo d’adozione, vista la moglie Rosa Fanti) interpreterà nel segno della continuità con il lavoro svolto l’anno scorso da Bottura.

La nuova via Emilia tra cultura e consumo

L’offerta della regione, quest’anno, non si limita però al solo nettare di Bacco. Per la prima volta, l’Emilia-Romagna ha deciso di affiancare al racconto del vino l’offerta turistica regionale, creando un collegamento diretto tra la Food Valley e le destinazioni turistiche di Visit Emilia, Bologna-Modena e Visit Romagna. Un modo, questo, per tradurre in pratica un modello di promozione integrata dove il vino diventa la leva per accedere a un’esperienza più ampia. In questo contesto si inserisce il ristorante firmato Carlo Cracco, un’attrazione che va ben oltre la semplice sosta pranzo. Lo chef ha allestito un menu di degustazione a 85 euro dove spicca, ad esempio, l’uovo soffice con acqua di Parmigiano Reggiano, radicchio e Aceto Balsamico di Modena, ma la vera chicca per i visitatori più dinamici è la piadineria gourmet, dove le 45 Dop e Igp regionali diventano il condimento ideale per un prodotto simbolo della romagnolità.

Cracco: “Vino troppo caro, ma attenti a non isolarlo”

Nonostante la cornice festosa, però, il clima tra i produttori e gli addetti ai lavori non è di quelli spensierati. Intervistato ai margini dell’evento, lo stesso Carlo Cracco ha voluto lanciare un segnale di allarme su un tema che brucia il settore: il costo del vino. “Sicuramente c’è una contrazione nei consumi – ha spiegato lo chef – quindi bisogna cercare di capire il problema. Il vino va bevuto e condiviso, non solo conservato in cantina”. Una filosofia che Cracco applica in prima persona nel suo ristorante in fiera, dove ha deciso di servire anche porzioni da mezzo calice, un tentativo di abbassare la barriera d’accesso per il pubblico e di riavvicinare il prodotto alla gente comune, senza quell’aurea di sacralità che spesso lo rende inaccessibile. D’altronde, lo stesso Cracco, che insieme alla moglie produce vino a Santarcangelo (l’azienda si chiama Vistamare), sa bene che il momento è complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da una guerra dei dazi che, sebbene orami attutita dalla cronaca, continua a pesare sui bilanci.

Il grido d’allarme di Legacoop

Se Cracco parla da chef-imprenditore, il mondo della cooperazione italiana non è da meno. Cristian Maretti, presidente di Legacoop Agroalimentare, presente in fiera, ha voluto ribadire un concetto che rischia di passare in secondo rispetto alle luci dei riflettori: la necessità di tutelare i viticoltori. “In un contesto internazionale complesso – ha dichiarato Maretti – il comparto vitivinicolo italiano conferma la propria centralità, ma occorre ricordare i rischi a cui sono esposti i produttori. Senza di loro non esisterebbe Vinitaly”. La soluzione, secondo Legacoop, passa inevitabilmente dal “gioco di squadra”, ovvero dalla capacità delle cooperative di concentrare le produzioni per ottimizzare i costi e conquistare nuovi mercati, dalla Cina all’India, senza però dimenticare il valore identitario che ogni calice si porta dietro. D’altronde, le 13 masterclass in programma e le infinite degustazioni previste nei prossimi giorni nel padiglione servono proprio a questo: a ricordare che, dietro i numeri dell’export e le difficoltà del mercato, esiste un legame inscindibile tra la vite, il suolo e la storia di chi quella terra la lavora ogni giorno.

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