Omicidio di Gabriele Vaccaro a Pavia, l’autopsia chiarisce la natura del fendente: si cercano ancora i bossoli del coltello
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Redazione Interno
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Il racconto di quella notte, in un parcheggio di Pavia poco distante dal centro storico, si arricchisce di un dettaglio tecnico che, lungi dall’essere solo una specifica forense, ridisegna i contorni materiali dell’aggressione. L’autopsia eseguita sul di Gabriele Vaccaro – il 25enne originario di Favara, in provincia di Agrigento, tragicamente deceduto dopo la lite dello scorso 19 aprile – ha restituito una certezza alla Procura: a recidere i tessuti del giovane postino non è stato un cacciavite, come ipotizzato nelle prime, febbrili ore d’indagine, bensì la lama di un coltello. Un accertamento, quello condotto all’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Pavia, che mentre chiarisce la natura dell’arma pone un nuovo interrogativo, perché l’oggetto del delitto, nonostante le dichiarazioni rese dal presunto autore, non è stato ancora rinvenuto dagli investigatori.
La consulenza tecnica e il nodo della rianimabilitá
L’esame autoptico, iniziato intorno alle 8:30 del mattino all’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Pavia, si è protratto per circa quattro ore alla presenza non solo del consulente nominato dalla Procura, ma anche della dottoressa Novella D’Agostino, medico legale scelto dalla difesa del sedicenne attualmente rinchiuso nel carcere minorile “Cesare Beccaria” di Milano. Terminati i prelievi tissutali e le verifiche sugli stati di sanguinamento, la salma è stata restituita alla famiglia per i riti funebri, che si terranno lunedì nella Chiesa Madre di Favara. Il giudice ha concesso trenta giorni di tempo per il deposito della relazione peritale, anche se appare quasi scontata la proroga a sessanta giorni, vista la complessità degli esami istologici necessari a rispondere al quesito più spinoso che assilla il fascicolo d’indagine.
La ricostruzione della dinamica e la sparizione del coltello
La scelta di abbandonare la pista del cacciavite non è marginale, perché modifica la valutazione della forza impressa nell’azione e delle possibili modalità difensive. Il sedicenne, ascoltato in sede di interrogatorio e poi nel corso dell’udienza di convalida del fermo, avrebbe ammesso di aver scagliato i fendenti, sostenendo altresì di essersi disfatto dell’arma subito dopo l’aggressione notturna, gettandola in un punto che le ricerche delle forze dell’ordine non hanno ancora permesso di individuare. La dinamica, per quanto già consegnata agli atti, parla di un alterco degenerato nei pressi del parcheggio Cattaneo (l’area custodisce le reliquie di Sant’Agostino), dove Vaccaro e i suoi amici si stavano dirigendo dopo aver acquistato delle pizze; l’incontro con l’altra comitiva ha trasformato una discussione verbale in violenza fisica, con Vaccaro raggiunto al collo e uno dei suoi compagni ferito all’addome.
Le indagini sui soccorsi e la posizione dei presenti
Se la materialità dell’arma trova ora una definizione più precisa, la magistratura sta concentrando l’attenzione anche su quanto accadde nei minuti immediatamente successivi al ferimento. Dalle prime ricostruzioni emerge che, invece di allertare immediatamente il 118, gli amici della vittima avrebbero trasportato il 25enne in auto verso l’abitazione di uno di loro, ritardando di fatto le manovre di rianimazione; solo il successivo aggravarsi delle condizioni (dovuto a una probabile emorragia interna, visto che la ferita esterna sanguinava poco) ha indotto il trasferimento d’urgenza al Policlinico San Matteo, dove Vaccaro è morto durante l’intervento chirurgico. Questo comportamento è costato al gruppo di amici – un minore e tre maggiorenni – una contestazione per omissione di soccorso aggravata e concorso in omicidio. Il sedicenne fermato, difeso dall’avvocata Barbara Ricotti, ha dichiarato di aver agito per difesa, ricordando come pochi mesi prima fosse stato lui stesso vittima di un accoltellamento che gli aveva perforato un polmone; spetterà ora ai risultati definitivi dell’autopsia stabilire se quel fendente, inferto al collo di Vaccaro, fosse mortalmente inevitabile o se, viceversa, un soccorso più celeste avrebbe potuto strapparlo alla morte.




